Zlatan Ibrahimovic e il Milan, un caso ancora aperto. La missione per riportare lo svedese a Milano è iniziata da tempo e proseguirà, se necessario, fino alle 23 del 31 agosto, quando il calciomercato chiuderà le serrande. Si tratta di suturare la peggior ferita all’orgoglio mai subita dal Milan berlusconiano, quella dell’estate 2012: non una tragedia sportiva come fu Marsiglia o come fu Istanbul, ma uno smacco ancora più bruciante. Recarsi dagli amici sceicchi del PSG e implorarli di prendere Ibrahimovic e Thiago Silva, infatti, non fu molto diverso, nel concetto, dall’impegnare i gioielli della Corona per comprarsi da mangiare. Un’onta intollerabile a cui l’ex club più titolato del mondo vuole a tutti i costi porre rimedio. Poi ovviamente c’è il lato commerciale: Mr. Bee sarebbe ben lieto di cominciare la campagna asiatica con un vessillo come Zlatan. E infine, soprattutto, c’è il discorso tecnico: con Ibra, che nella sua carriera ha sempre vinto il campionato nazionale tranne che in un’occasione (il maledetto 2012, appunto), sarebbe quasi scontata la partecipazione alla prossima Champions League. I rossoneri, d’altra parte, il bienno zlatanesco se lo ricordano bene.

Strappato alla cattività blaugrana dopo un anno di rapporti complicati con Guardiola, Ibrahimovic conobbe la sua (prima?) incarnazione milanista in una calda sera di fine agosto del 2010, accolto da un pubblico già in estasi preventiva per il solo fatto di aver sottratto ai cugini l’ennesima bandiera. Ibra promise di vincere tutto: non andò proprio così, ma almeno portò il Milan a rompere la tirannia che l’Inter aveva fatto calare sulla Serie A da quattro anni a quella parte, trascinando i rossoneri allo scudetto numero 18 nel maggio successivo. L’ouverture, a dire il vero, non fu delle più esaltanti per Ibra, che esordì nella clamorosa sconfitta della squadra di Allegri a Cesena, sbagliando perfino un calcio di rigore per la gioia di Massimo Moratti (“giornata perfetta per gli interisti”). Il ghigno dell’ex patron nerazzurro non durò molto: all’11esima giornata, con la vittoria sul Palermo, i rossoneri guadagnarono la vetta solitaria della classifica per non mollarla più, e una settimana più tardi fecero loro il derby, grazie a un rigore proprio dell’Ibradiddio con tanto di esultanza beffarda sotto la Curva Nord. Non giocava bene, il Milan, il cui gioco si fondava su una difesa robusta e sulla classe immensa dello svedese, bravo a esaltare se stesso e i compagni d’attacco Boateng e Robinho, entrambi protagonisti della miglior stagione in carriera. L’Inter mise in sella l’ex rossonero Leonardo al posto dell’odiato Benitez e provò una clamorosa rimonta, arrivando anche a -2, ma nel decisivo derby del 2 aprile prese tre sberle e fu ricacciata definitivamente indietro. L’eroe del match fu Pato, con Ibra in tribuna a scontare la squalifica per il rosso rimediato contro il Bari. Non fu una gran primavera per lo svedese, che segnò la sua ultima rete in febbraio. Diciamo che il traguardo lo superarono gli altri, ma fu lui a portare di peso la squadra alla volata finale, contribuendo immensamente anche dal punto di vista dell’autoconsapevolezza.

La stagione successiva venne inaugurata nel migliore dei modi: 2-1 all’Inter nella Supercoppa pechinese, con gol di apertura di Sneijder, pareggio di Ibrahimovic e zampata vincente di Boateng. Il 2011-12 fu un anno strano: probabilmente, si ammirò il miglior Ibra mai visto in Italia, 35 gol in 42 partite e vette di onnipotenza ben illustrate dal futuro tecnico campione d’Italia, Antonio Conte (“Zlatan sembra Gulliver contro i Lilliputiani“). Ma il supporting cast, per così dire, non fu per nulla all’altezza: Boateng, Pato e Robinho si smarrirono, Pirlo era alla Juve, Cassano col cuore ballerino, la vecchia guardia sempre più vecchia e l’exploit di Nocerino non sufficiente a bilanciare il computo. Il gol di Muntari, gli infortuni a catena e l’irriducibilità dei bianconeri fecero il resto, e sì arrivò al paradosso: il miglior Ibra di sempre fu l’unico a non aver vinto il campionato alla fine dell’anno. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Per la prima volta in carriera, Zlatan fu mandato via: per necessità, certo, ma si trattò sempre di una forzatura a cui lui, il re del mal di pancia, non avrebbe mai pensato di dover sottostare. Il Milan bisognoso di soldi fu costretto a cedere le sue gemme al PSG per 65 milioni di euro. Ibra chiuse la sua esperienza in rossonero con 56 reti in 85 gare ufficiali.

To be continued?