Mi rasista? Ma se l’è lü che l’è negher!” (traduzione: razzista io? Ma è lui che è negro!). Chi ha passato un po’ di tempo in Lombardia avrà certamente sentito questo ironico e paradossale ribaltamento delle responsabilità: il razzista che si discolpa rimarcando ulteriormente la diversità dell’altro e finendo inevitabilmente per confermarsi tale. In un certo senso, e con le debite proporzioni, la stessa figura retorica è stata utilizzata da Zdenek Zeman (foto by InfoPhoto), il quale, interrogato non si sa bene a quale titolo sulla questione dei buuu razzisti a Mario Balotelli, si è espresso così:

Il suo caso è strano, non se la prendono sempre con lui perché è di colore diverso, è che con i suoi atteggiamenti attira qualcosa. Il problema non è il razzismo, ma il comportamento: se uno si comporta bene non succede niente”.

Te capì? Secondo costui, la colpa non sarebbe da attribuire alla brutale ignoranza degli ululanti, ma ai comportamenti di chi viene preso di mira. Ora, è pur vero che Balotelli non è la più adorabile delle creature, ma la strampalata tesi del filosofastro boemo non sta in piedi nemmeno per sbaglio.

Innanzitutto, l’affermazione dell’ex tecnico giallorosso contiene una palese falsità. Gli episodi di discriminazione razziale nel nostro paese, come negli altri, non si limitano certo a Balotelli (magari fosse così, avremmo praticamente risolto il problema). È del tutto inutile che io mi metta a elencare fatti di cui sono piene le cronache, ma tanto per restare agli eventi recenti del calcio: di quali comportamenti sbagliati si è reso colpevole Pablo Armero, che nel 2011 fu bersagliato dai tifosi del Napoli (allora giocava nell’Udinese) e nel 2012, una volta passato al Napoli, fu bersagliato da quelli della Roma di Zeman? E Boateng? Ed Evra? Ed Eto’o? E Ferdinand? E decine di altri? Tutti cafoni, tutti indisponenti?

In secondo luogo, checché ne dica Zeman, il principio secondo il quale sia legittimo punire l’antipatia di un uomo insultandolo per il colore della pelle non solo è un’idiozia dialettica, ma anche e soprattutto un reato, previsto dall’ordinamento italiano come da quelli di tutti i paesi civilizzati.

Siamo tutti d’accordo che la piaga del razzismo non si risolve con una multa a un club (che non c’entra nulla), né con una squalifica del campo (ingiusto punire decine di migliaia di persone perbene a causa di un gruppuscolo di minus habens), né coi Daspo. È una questione culturale, sociale ed educativa molto prima che calcistica. Difficilmente risolvibile, certamente complessa. Come tale, meriterebbe analisi prudenti e non sparate esibizionistiche. Lo capirebbe anche un bambino, bianco, nero, giallo e persino boemo.