UPDATE! E’ Murray il Re di Wimbledon 2013: la maledizione è svanita.

LONDRA – Alla fine, per quanto questa edizione dei Championships 2013 verrà ricordata come una delle più folli di sempre grazie alle uscite anticipate di Nadal, Federer, Serena Williams, Sharapova, Azarenka e via dicendo, resta il fatto che, al tirar delle somme, abbiamo ora una vincitrice degna perché già finalista nel 2007, tra le donne, la francese Marion Bartoli, e un ultimo atto maschile, oggi pomeriggio, domenica 7 luglio, che mette di fronte il n.1 e il n.2 del tabellone, ovvero il serbo Novak Djokovic, trionfatore nel 2011 su Nadal, e il britannico (scozzese) Andy Murray, finalista 2012 (sconfitto da Federer) e vincitore su questi stessi campi dell’olimpiade londinese, nella rivincita contro lo svizzero.

Questi due campioni, amici e avversari fin da piccolissimi, torneranno a fare da protagonisti opposti di una finale Slam come già accaduto in due degli ultimi tre atti conclusivi di un major (Australian Open e US Open). Sono nati a una settimana di distanza, nel maggio 1987, e la loro rivalità è la terza più importante di una decade di tennis da molti definita come l’età dell’oro di questo sport. Ora come ora, al di fuori della terra battuta, questa sfida rappresenta il massimo che il tennis mondiale possa offrire.

Il ruolo del cattivo non può che andare a Djokovic. Andy è l’eroe nazionale che sta cercando di riportare a casa il trofeo più prestigioso del tennis, uno dei molti sport di cui i britannici si fregiano di aver inventato. E Wimbledon, una delle istituzioni più britanniche del mondo, è territorio di conquista straniera dal 1936, quando Fred Perry vinse l’ultimo dei suoi tre titoli a Church Road. La vittoria olimpica dello scorso anno, quando battè lo stesso Djokovic in semifinale, e il trionfo agli US Open, superando di nuovo Nole in cinque set, saranno le memorie sulle quali Murray cercherà di fare affidamento scendendo in campo oggi.
Il serbo invece partirà forte di un consistente vantaggio nei confronti diretti, dove conduce ancora per 11 a 7 nonostante le due dolorose sconfitte appena citate. La finale degli Australian Open è stata la loro ultima sfida, la terza vittoria consecutiva di Nole contro lo scozzese: dopo la vittoria a New York, Andy non ha più battuto il suo rivale, anche se avrebbe dovuto farlo nella finale di Shanghai, dove sciupò ben cinque match point.

La finale femminile di ieri, invece, sabato 6 luglio, ha avuto poco storia: sarà pure un tantino sovrappeso, sarà anche poco amata e molto discussa per via di un padre padrone che non brilla per simpatia e poi per i suoi strani balletti “tip-tap” prima di ogni game e finanche punto, ma Marion Bartoli, sette anni dopo Amelie Mauresmo, è riuscita a riportare in patria il titolo più ambito: campionessa di Wimbledon.
La bimane francese, perfetta nell’approfittare di un tabellone favorevole in cui le protagoniste più attese hanno fatto le valigie in ampio anticipo sulle previsioni, ha sconfitto in finale la tedesca Sabine Lisicki (foto InfoPhoto) in due veloci set: 6-1, 6-4 in un’ora e 15 minuti. Sì, proprio la tedesca che è stata la vera mattatrice di questo torneo, l’interprete più brillante di un’erba strana e pericolosa che ha capovolto tanto il torneo femminile, quanto in parte quello maschile. Al contrario di Marion, la biondissima Sabine sino alle semifinali era stata artefice della propria rivoluzione: “Boom Boom Bine” aveva percorso un tragitto a ostacoli da brividi. Ha battuto tre campionesse Slam (Schiavone, Stosur e soprattutto la numero uno Serena Williams), prima di domare la finalista dello scorso anno e ormai grande favorita Radwanska. Ma ha toppato l’atto finale, travolta dalla cattiveria agonistica della Bartoli, che, sarà il caso di dirlo, è comunque sorretta da un grande talento e si è imposta alla fine con pieno merito. In pratica non c’è stato match fino al 6-1, 5-1 per la transalpina, quando la tedesca ha avuto un sussulto d’orgoglio, annullando tre match point alla rivale, rimontando fino al 5-4, ma arrendendosi poi al decimo game con la Bartoli al servizio che ha chiuso con un ace, l’unico della partita. Sipario su una finale che non resterà sicuramente nella storia del torneo.