LONDRA - E’ sette il numero magico, considerato che la maledizione è caduta oggi, domenica 7 luglio, dopo 77 anni: un britannico (ma scozzese…), Andy Murray, è tornato a vincere il torneo più prestigioso al mondo, Wimbledon, appunto, dopo Fred Perry nel 1936 (si impose in 40′, altri tempi…).

Tre ore e 5′ di gioco, una finale durissima, bella, ricca di colpi di scena per venire a capo del serbo, campione su questi campi nel 2011, Novak Djokovic, 6-4, 7-5, 6-4, comunque lontano parente del n.1 del mondo, seppur lottatore, come sempre. Lo scozzese ha meritato: più presente sul campo, più cattivo e determinato, meno falloso, capace di tirare molti vincenti rispetto a Novak; certo, la semifinale contro Del Potro probabilmente ha influito su Djokovic, che non è sembrato lui se non per pochi punti e lo ammesso in conferenza stampa, dove è stato comunque molto sportivo con il suo rivale: “Nessun dubbio sul fatto che Andy meriti questa vittoria, e so cosa significa per lui e per tutta una nazione. Io avrei potuto giocare meglio, ma lui ha fatto dei colpi eccezionali, si è mosso benissimo in campo, posso solo fargli i complimenti“.

Oggi “Nole” è parso certamente un buon giocatore, ma non il miglior Novak di sempre. Troppi errori gratuiti, troppo pochi punti con la seconda di servizio, e una tattica aggressiva (anche serve&volley, e comunque spesso a rete) che non sempre ha pagato perché probabilmente non si adatta completamente al suo gioco. Nonostante questo, Djokovic ha lottato, sempre, si è trovato 4-1 avanti nel secondo, ha recuperato subito un break di svantaggio nel terzo, andando avanti 4-2, poi ha annullato tre match point consecutivi sul 5-4 e servizio Murray (40-0), ma si è arreso al quarto match point, dopo aver avuto due palle per rientrare in partita.

Morale, una finale che poteva essere lunghissima, è stata sì combattuta, ma si è conclusa in tre set in favore di Murray. Emozione incredibile per tutti, nello stadio e fuori, lacrime, pianti in una giornata che non sarà mai dimenticata, visto che probabilmente tutta la Gran Bretagna, oggi, era sintonizzata su questo match. Andy Murray ha raggiunto la quarta finale consecutiva negli slalom da Wimbledon 2012 (perso contro Federer), tenendo conto che ha saltato l’ultimo Roland Garros. Ha trionfato agli US Open 2012 e perso, sempre contro Nole, in finale agli Australian Open 2013, lo scorso gennaio. Il suo è stato quindi un trionfo partito da lontano: da quel 5 agosto 2012, giorno in cui Andy ha conquistato proprio qui a Wimbledon la medaglia d’oro olimpica contro Federer, annientato in tre set. Un successo che in qualche modo ha sbloccato il ragazzo scozzese: non a caso un mese dopo avrebbe vinto agli US Open il suo primo titolo dello Slam dopo una serie di quattro finali perse.

Nei 18 precedenti Nole conduceva 11-7: l’ultimo risaliva ad inizio stagione, finale degli Australian Open vinta in quattro set dal serbo. Una sola volta si erano però sfidati sull’erba e aveva prevalso lo scozzese con un doppio 7-5: erano le semifinali delle Olimpiadi di un anno fa e si giocava proprio sul Centre Court...

Da oggi Andy Murray, lo scozzese un po’ scontroso, entra definitivamente nei cuori degli inglesi. Erano in tanti stipati sul Centre Court gremito all’inverosimile. Erano in migliaia sulla ex “Henman Hill”, ora ribattezzata “Murray Mountain”, in una caldissima giornata d’estate. Tutti insieme hanno esultato per un successo agognato da tanto, troppo tempo. E in tribuna a gioire c’era anche un certo Ivan Lendl, grande ex giocatore ceco, il coach dello scozzese. Laddove non è riuscito da giocatore (due finali consecutive perse, nel 1986 contro Becker, nel 1987 contro Cash), ce l’ha fatta da allenatore. E’ una… redenzione anche per lui!