C’è una data che fa da spartiacque nella carriera della più grande fiorettista di sempre. Oggi nessuno se la ricorda più, giustamente anche, è sepolta da vittorie e medaglie, trionfi e record. Ma il 5 novembre del 1999, quasi 17 anni fa, sulle pedane di Seul teatro, 11 stagioni prima, del trionfo di Stefano Cerioni ai Giochi Olimpici, Valentina Vezzali da Jesi, classe 1974, allevata dal compianto Ezio Triccoli, già mentore proprio dell’illustre concittadino citato, nella palestra oggi più famosa d’Italia (allora un po’ meno) conquistava il primo titolo mondiale individuale dopo averlo inseguito per sei anni in una rincorsa che pareva stregata.

CARRIERA

Celebrare Valentina non è semplice. Di miti nello sport ne esistono tanti, anche nella scherma, ma nessuno probabilmente si distacca dagli altri quanto Vezzali nel fioretto. I suoi numeri sono troppo superiori alla seconda classificata nella graduatoria ideale delle più grandi di sempre (Trillini? Fichtel, Elek?) che ogni possibile paragone svanisce. Non ci sono discussioni su chi sia stata la migliore. Eppure oggi viene da sorridere, almeno a chi segue la scherma da più di vent’anni, nel ripensare ai primi tempi della carriera di Valentina, a quei passaggi sui media, a quell’etichetta che qualcuno le aveva dato, ebbene sì, di perdente di successo (perché vinceva solo in Coppa) e persino a ragion veduta. Perdente? Ma cosa scrive questo pazzo? Sì è vero. Perdente, almeno inizialmente, almeno nei grandi eventi. Parliamo di metà anni ’90, un secolo fa. Vezzali, attesa come un messia dal fioretto azzurro pur super vincente in quelle stagioni, dominatrice a livello cadetti e jr, entra come un tornado nel mondo delle grandi, ma nonostante il dominio fin dai primi assalti in Coppa del Mondo, tra Mondiali e Olimpiadi raccoglie solo delusioni per quelle che sono le sue ambizioni ovviamente, fino alla fatidica data segnata nell’incipit di questo pezzo. A metà degli anni ’90 le rivali principali delle azzurre sono rumene e una rumena, Szabo, sconfigge Valentina nella sua prima finale iridata individuale, subito a 20 anni, ad Atene, nel 1994. Due anni più tardi, dopo il bronzo all’Aja ’95 un’altra rumena, decisamente più forte, Laura Badea, iridata in carica, regala probabilmente la delusione più cocente della carriera sia a Trillini che Vezzali ai Giochi di Atlanta ’96, quando le supera una dopo l’altra tra semifinale (Giovanna, che era a una stoccata dalla vittoria, all’epoca si tirava in tre manche al meglio dei cinque) e finale (Valentina, ultimo atto con poca storia). Prima finale olimpica, argento. Come nella prima finale mondiale. A Città del Capo, in Sudafrica, nel 1997, Vezzali non va neanche a medaglia toccando il fondo della prima parte di carriera (e a  vincere sarà la sua grande rivale, Trillini…), mentre, pur continuando a dominare in Coppa, in Francia nel 1998 ci resta di bronzo ai Mondiali battuta in semifinale dalla tedesca Sabine Bau, contro la quale non aveva mai perso in precedenza. Episodi, ribadiamo, che oggi sembrano irreali e nessuno si ricorda più perché da quel 5 novembre 1999 la carriera di Valentina ha preso la piega giusta e attesa, ma che ricordiamo per far capire come anche il ‘cobra’ del fioretto, soprannome affibbiatole per la sua capacità di ‘toccare’ l’avversario quando meno se l’aspetta o comunque con un tempismo unico, ha dovuto faticare prima di diventare quella che è oggi, la più grande di sempre con poche chance, diremmo quasi nulle, di essere eguagliata o raggiunta. E dire che proprio a Seul, nel febbraio del 1999, Valentina venne sconfitta in Coppa 15-1 da Aida Mohammed,ungherese, fortissima, sempre piazzata, ma mai vincente ai Mondiali a livello individuale. Poi la liberazione coreana, appunto datata 5 novembre 1999, trasmessa in diretta RAI, in una finale ‘nervosa’ proprio contro lo spauracchio della semifinale ’98, Sabine Bau. Da lì in poi, un crescendo rossiniano in carriera, a partire dal primo trionfo olimpico di Sydney 2000, pur con il brivido dei quarti di finale vinti in maniera rocambolesca contro la rumena Szabo (e poi la semifinale contro Badea!), proprio lei, quella del ’94, che a momenti gioca un altro brutto scherzo alla jesina. Seguiranno, a livello individuale, i trionfi iridati di Nimes 2001, L’Havana 2003, Lipsia 2005 quattro mesi dopo la nascita del figlio Pietro, impresa memorabile, e poi ancora San Pietroburgo 2007 contro Margherita Granbassi in finale, la triestina che l’aveva sconfitta a Torino 2006 quando lamentava però problemi a un ginocchio; infine il sesto titolo mondiale, quello della gloria immortale, a Catania 2011, quando tutti pensavano che ormai Di Francisca (annichilita in finale) ed Errigo avessero preso il sopravvento sulla maestra. Non fu così. E a Catania Valentina regalò secondo noi l’impresa più grande della carriera, rimontando in maniera incredibile la francese Corinne Matrijean nei quarti di finale: sotto 11-5 a 1’43” dal termine della terza manche, Valentina pareggiò sull’11-11 a cinque secondi dalla conclusione per poi vincere al minuto supplementare sdraiandosi sulla pedana per l’emozione. La francese piangerà a lungo e non si riprenderà più da quella delusione cocente. Ai Giochi, ricordiamo il trionfo su Giovanna Trillini nella finale tutta azzurra di Atene 2004 e quello sofferto sulla Nam a Pechino 2008, la coreana di gran classe che proprio Valentina, con un’altra rimonta leggendaria (quattro stoccate 12 secondi) lascerà giù dal podio a Londra 2012. Trionfi entrati ormai nella storia.

MITO

Valentina Vezzali, che ha perso il papà quand’era ancora bambina, si racconta anche in due libri e lì trovate tutta la sua storia, sportiva, caratteriale, emotiva, mediatica. La sua incredibile ferocia in pedana ci ricorda quella di altre ‘cannibali’ dello sport. In fondo le super campionesse sono tutte simili, come carattere: sembrano antipatiche, vengono letteralmente odiate dalle avversarie, in realtà hanno semplicemente una ‘fame’ di vittorie superiore alla media ed è per quello che poi trionfano tanto. Se vi capita di scambiare quattro chiacchiere con la campionessa jesina, senza parlare di scherma, beh vi troverete di fronte una ragazza simpaticissima, dotata anche di grande auto-ironia. La Valentina che disquisisce del suo sport è invece ben diversa, ma perché quella ‘barriera’, quel considerare un affronto anche solo una stoccata subita, le è servito da motivazione per cercare sempre di superarsi. Aveva già battuto ogni record nel 2011. Perché è andata avanti fino al 2016, allora? Perché si sentiva ancora competitiva, perché pensava di essere ancora forte e (quasi) imbattibile. E forse, senza l’assurda regola che ha escluso il fioretto a squadre a Rio 2016, l’avremmo vista alle Olimpiadi per l’ultima volta, in pedana. Ha chiuso lo stesso la carriera in Brasile, ai Mondiali a squadre, per altro con un argento, metallo che ha ‘assaggiato’ ben poco in una carriera davvero sì in questo caso intramontabile e inimitabile. La rivalità con le compagne di squadra è leggendaria ancora più dei trionfi, con qualcuna (Trillini, con cui pure ha condiviso la camera in tante trasferte, ma anche Di Francisca ed Errigo in tempi recenti) è stato ‘odio’ vero, anche se nessuno ve lo racconterà mai, con episodi che resteranno segretati… Ma ‘odio’ sportivo, ovviamente e nulla più. Perché una (Valentina) voleva  sempre vincere e le altre, a turno, strapparle lo scettro. Ogni tanto ci sono anche riuscite, ma raramente. Ci resterà quella sua scherma super completa, magari più d’attacco nella prima parte della carriera, più riflessiva nel suo svolgersi conclusivo, quella sua stoccata in tempo autentico marchio di fabbrica, quel suo credersi più forte di tutte ed esserlo veramente, che probabilmente è il grande segreto dello sport e dei campioni: solo con una fame di successo mai doma si può essere Valentina Vezzali fino in fondo. La più grande fiorettista della storia, nei secoli dei secoli. Amen. Perché non ci sarà più un’altra così, credeteci.

Grazie.