Unai Emery (foto by InfoPhoto), tecnico del Siviglia fresco trionfatore in Europa League, sarebbe l’uomo su cui Adriano Galliani avrebbe deciso di impostare l’ennesima rifondazione milanista. Secondo voci provenienti dall’Italia quanto dalla Spagna, l’amministratore delegato rossonero sarebbe rimasto abbagliato dall’allenatore basco, che alle qualità di campo ne affianca altre che al Milan gustano muchissimo: è in scadenza a giugno, guadagna poco (1 milione di euro) e si è dimostrato abilissimo a cavare il proverbiale sangue dalle rape.

Il Siviglia, per bocca del suo direttore sportivo, ha provato a minimizzare, parlando addirittura di rinnovo già firmato, ma le cose non starebbero esattamente così: un accordo verbale è stato raggiunto, ma prima che il Milan si facesse sotto. E, nonostante il clima da decadenza veneziana, il club di via Aldo Rossi continua a esercitare un certo richiamo, almeno nella media borghesia europea.

Se alla fine il Milan decidesse davvero di affondare i colpi per Emery, si tratterebbe di una rivoluzione. Non tanto dal punto di vista pratico – niente illusioni, il calciomercato resterà minimalista – quanto da quello filosofico. Fino a questo momento, infatti, nella storia del Diavolo berlusconiano, i rossoneri si erano affidati a due macro-categorie di tecnici: quelli provenienti dal sottobosco della Serie A (Sacchi, Tabarez, Zaccheroni, Terim, Allegri) e gli uomini di famiglia (Capello, Cesare Maldini, Ancelotti, Leonardo, Seedorf). Mai il Milan aveva puntato dritto su un giovane tecnico senza il cosiddetto pedigree milanista e senza alcuna esperienza di calcio italiano, nemmeno da giocatore. Se non altro, un microscopico segnale di cambiamento.