Grazie alle reti di Pinzi e Badu, un’Udinese volitiva e ben organizzata batte l’orribile Milan di Pippo Inzaghi, oggi firmatario di una delle prestazioni più nauseanti di una stagione nauseante: novantacinque minuti di vuoto cosmico per il Diavolo, incapace di proporre una qualche rudimentale bozza di gioco collettivo, quanto di produrre una singola occasione da rete prima dell’inutile gol di Pazzini a 2’ dalla fine. Unica buona notizia: mancano solo sei partite (sperando che Inzaghi non abbia ancora il coraggio di definirle “sei finali”, in vista di un’inverosimile qualificazione all’Europa League) e poi i patimenti saranno terminati.

Come la sua Inter settimana scorsa, Stramaccioni opta per una partenza a giri altissimi, tanto per mandare subito in confusione i rossoneri, oggi in divisa giallastra. L’idea è semplice ma efficace: pressare alto, in modo da ostacolare sin dall’inizio la costruzione della manovra (si fa per dire) del Milan, recuperando palla nella metà campo avversaria e costringere Mexes e compagni, già di loro non particolarmente sincronizzati, a doversi difendere da attacchi in velocità. Manco a dirlo, il Milan ci casca con tutte e due i piedi: il primo tempo, semmai ce ne fosse stato bisogno, è un esempio di come la squadra di Inzaghi, dopo dieci mesi di lavoro, non abbia ancora acquisito nessun tipo di fisionomia di gioco, nessun tipo di contromisura alle mosse degli avversari e nessun tipo di identità mentale. Pur senza strafare, la peggior Udinese degli ultimi anni si trasforma in una delle migliori Udinese della stagione, sfiorando il gol in almeno tre circostanze (un paio di sperperi di Geijo in fase di ultimo passaggio, un colpo di testa di Widmer e una sberla di Guilherme a lato di poco) e concedendo zero al Diavoletto spaurito. Con zero intendiamo zero: nemmeno uno straccio di occasione, casuale o nata da iniziativa personale, se si esclude un gol giustamente annullato ad Antonelli per fallo sull’ottimo Widmer (45’). L’unica cosa più stupefacente della cronica incapacità dei rossoneri di assomigliare a un collettivo è l’ingiustificato nervosismo dei friulani, fallosi quanto aggressivi nei confronti dell’arbitro Damato, con il conseguente ma evitabilissimo clima da corrida sugli spalti (o meglio, sulla metà degli spalti resa agibile dai lavori di ristrutturazione).

La solfa non cambia nella ripresa, tutt’altro: l’Udinese riparte come se da questa partita dipendesse un’intera stagione (in realtà i bianconeri non hanno più obiettivi da tempo), il Milan come se da questa partita non dipendesse proprio nulla, men che meno l’onore. L’inevitabile vantaggio friulano arriva al 13’ ed è frutto di uno dei grandi classici stagionali del Milan, il letargo su palla inattiva. Solo che stavolta si esagera: Di Natale sbaglia a battere il corner, la palla ballonzola lenta verso il limite dell’area, ma grazie al suddetto coma collettivo dei gialli, capitan Pinzi è in grado di stoppare il pallone in tutta comodità e girarlo alle spalle dell’incolpevole Lopez (13’). Vergognoso, esattamente quanto la non-reazione della squadra di Inzaghi, che gioca la mezz’ora restante con la grinta di una mandria di bovini al pascolo, tra tocchetti orizzontali e inutili percussioni solitarie di Menez e del subentrato Cerci. Non creano assolutamente nulla, i milanisti, a tal punto che Stramaccioni potrebbe sostituire Karnezis con uno spaventapasseri impagliato senza aumentare i rischi di incassare gol. Il gol, ovviamente, lo incassa il Milan: botta di Di Natale, Diego Lopez respinge come può, Thereau è intelligente a rimettere in mezzo per l’accorrente Badu, come Pinzi alla prima marcatura stagionale, che da due passi infila il 2-0 (29’). Sembra finita, anzi in realtà sembra mai iniziata, ma a 3’ dalla fine, sugli sviluppi del primo calcio d’angolo della partita e con il primo tiro in porta, il Milan trova il gol del 2-1 grazie a Pazzini, bravo a schiacciare di testa un cross di esterno sinistro di Cerci. Fortunatamente per tutti, Damato fischia da lì a poco. L’Udinese regala un sabato di gioia al suo pubblico, il Milan conta i giorni che mancano alla fine di questa agonia.