Dopo la quarta tappa, quella del pavé e della prima grande impresa di Vincenzo Nibali in questa trionfale campagna di Francia 2014, l’avevamo buttata lì, con molta convinzione in realtà: vuoi vedere che nell’anno della disfatta italiana ai Mondiali di calcio (la seconda consecutiva, a dire il vero), un italiano va a vincere il Tour de France? In quel giorno, tra l’altro, Chris Froome, attardato, ammaccato, sfiduciato, si ritirò dalla corsa a tappe più prestigiosa al mondo, sconfitto sulle strade della Roubaix.

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TRIONFO – E alla fine è andata proprio così. E’ stata una marcia in crescendo e per capire meglio l’impresa realizzata dal siciliano, dobbiamo ritornare ai giorni immediatamente successivi alla partenza da Leeds, in Inghilterra, quando avevamo più dubbi che certezze. O meglio, in molti li nutrivano, mentre noi avevamo comunque dato più di una chance di vittoria al nostro portacolori, nella presentazione del Tour 2014 su questo stesso portale. Nibali veniva considerato il terzo incomodo, dietro gli sfidanti che tutti, più o meno, aspettavano, ovvero Froome, appunto, vincitore uscente, e Contador, già due volte a Parigi in giallo. Eppure Vincenzo poteva vantare già un podio sui Campi Elisi e trionfi a Vuelta e Giro d’Italia. Lo squalo dello stretto ha puntato tutto solo su questa corsa, come ha cominciato a fare Greg Lemond negli anni ’80, seguito poi praticamente da tutti i corridori più forti, italiani esclusi per ovvi motivi, e alla fine ha avuto ragione lui. E’ transitato dalla Liegi senza essere brillante come in passato, non ha vinto la Tirreno Adriatico come nelle due edizioni precedenti, ma l’obiettivo era uno solo: il giallo, a Parigi. Il Nibali visto in questi giorni alla Grand Boucle è stato il più grande di sempre nella sua carriera, segno che la sua idea era giusta e che si era preparato perfettamente per essere al top in queste tre settimane, non al Delfinato, non prima, non dopo. Solo per la corsa francese. E con Anquetil, Gimondi, Merckx, Hinault e Contador, diventa il sesto corridore della storia ad aver trionfato almeno una volta in tutti e tre le grandi corse a tappe, Vuelta di Spagna, Giro d’Italia e Tour de France. Tanto di cappello.

STORIA – E allora con la certificazione della cronometro odierna, da Bergerac a Pèeriqueux, di 54km, 20esima e penultima tappa che vent’anni fa avrebbe fatto le fortune di Miguel Indurain, vinta come pronostico da Tony Martin (con Nibali 4° a 1’58”), domani Vincenzo sfilerà in giallo a Parigi 16 anni dopo Marco Pantani nel 1998. E’ il settimo italiano a riuscirsi, per dieci successi complessivi: due trionfi per Bottecchia, due per Bartali e Coppi, uno per Nencini, Gimondi (1965, all’esordio), Pantani e, appunto, Nibali. Tre settimane prive di pathos, se vogliamo, 19 giorni in maglia gialla su ventuno, ma non è certo colpa di Nibali se è stato più forte di tutti né se i suoi avversari principali, Froome e Contador, sono stati messi ko dalle cadute. Il resto del plotone è molto lontano, in termini di prestazioni, dai tre atleti citati e così si spiegano i distacchi enormi inflitti da Vincenzo a tutti gli altri.

CRITICHE - A proposito degli assenti. Giusto parlarne, sgombrando il campo da equivoci. Con Froome e Contador, indubbiamente, sarebbe stato un altro Tour, non c’è dubbio, giusto ammetterlo. Ma chi ci dice che Vincenzo non avrebbe trionfato comunque? Più di così non poteva fare: ha vinto in pianura, dopo una tappa simil Liegi-Bastogne-Liegi, in Gran -Bretagna, con una “fucilata” degna di Saronni a Goodwood ’82; ha staccato tutti (anche Froome e Contador) sul pavè; ha vinto in montagna, sulle Alpi e sui Pirenei. A 29 anni, ha toccato l’apice della sua carriera in quanto a condizione fisica, mentale e tattica di gara. Grazie pure alla squadra, l’Astana, naturalmente. E’ ovvio che la cadute di Contador e Froome ci hanno privato di uno spettacolo unico, è ovvio che con loro due Vincenzo non avrebbe dominato così, ma nessuno può dire come sarebbe finita con il britannico e lo spagnolo, per quanto forti, fortissimi in montagna, entrambi. Alberto, in particolare, sembrava davvero al top. Noi siamo sicuri che Nibali se la sarebbe giocata fino in fondo. Non ci piace dire che gli “assenti hanno sempre torto”, perché non significa granché. Ci piace dire che non è colpa dei vincenti se hanno approfittato anche di assenze illustri.

GAUDIO – E allora in alto i cuori. Perché un italiano, domani, vincerà il Tour de France. E in 111 anni di storia, in 101 edizioni, è capitato solamente dieci volte. Rallegriamoci ed esultiamo. Sperando sia stata vera gloria…