Un altro record, l’ennesimo di una carriera infinita. Nove gol nel derby di Roma, come Da Costa e Del Vecchio, 227 in serie A, con Piola obiettivo concreto da raggiungere. Francesco Totti non è solo il simbolo della Roma e della romanità, fa parte di quella categoria di immortali del calcio, in completa antitesi con il sistema di oggi, bollato da giocatori con la valigia in mano alla caccia dell’ingaggio migliore. Un talento che disegna calcio, una bandiera che ha sventolato e sventola ancora, a 36 anni suonati,  tra lacrime e gioie, nella quale una città si identifica. Poteva, Totti,  scegliere altri lidi, altre sfide, altre squadre che gli avrebbero regalato titoli e soddisfazioni,  ha detto no a Milan e Real Madrid, ha scelto di concedersi solo al primo amore, quello che ti segna per tutta la vita.

L’hanno dato per finito, per passato, per ingombrante, ha saputo rispondere a tutte le critiche, sul campo, con i numeri.  Dodici gol in questa stagione,  282 con la maglia della maggica, punto fermo sia di Zeman che di Andreazzoli, leader rispettato da compagni ed avversari. Certo, non è un cavaliere senza macchie, ha commesso errori e fatto scelte sbagliate, ma a vent’anni dal suo esordio in serie A, contro il Brescia, riesce ancora a far parlare di sé per la sua capacità di essere decisivo.  Difficilmente tornerà a vestire la maglia dell’Italia, nonostante l’apertura di Prandelli, ma il Mondiale brasiliano lo guarderà in poltrona senza rimpianti. La sua Nazionale è la Roma, per cui vive e ha sempre vissuto. Quando smetterà di giocare, lascerà il vuoto.  Un giorno lontano, almeno a sentire le parole del diretto interessato. “Voglio giocare fino a 40 anni”. Abbiamo ancora tempo per godercelo. E magari anche per clonarlo.