La leggenda di Francesco Totti si arricchisce ogni giornata di nuovi capitoli. Capitoli sempre più incredibili, in grado di far stropicciare gli occhi, di far commuovere i propri tifosi, di regalare veri e proprio sogni a grandi e piccoli appassionati di sport: il tempo è relativo, lo puoi piegare ai tuoi servigi. Ce lo sta dimostrando il capitano della Roma, allenandosi con lo spirito di un ventenne, alla soglia dei suoi quarant’anni. Il popolo giallorosso ormai lo sa, quando entra lui si scatena la magia, può succedere di tutto: «Quando entro io in campo la gente si esalta, mi acclama. Essendo romano e romanista ho un altro spirito e ho voglia di dare il mio meglio e contraccambiare tanto amore» dice un soddisfatto Totti al termine del match, caricato dal suo pubblico, dalla sua gente. Dopo 23 anni, è ancora lui a salvare la Roma, con una prestazione maiuscola condita da vari assist per Dzeko (che spreca tanto, ma alla fine almeno uno lo trasforma in gol) e una rete su rigore, arrivando a 249 marcature in Serie A, addirittura 304 in totale con la maglia giallorossa. Numeri stellari, che non possiamo far altro che aggiornare ormai ciclicamente, rendendoci conto che quando entra lui, la musica cambia. In meglio, ovviamente.

Ieri la Roma contro la Sampdoria stava facendo una fatica incredibile, c’è voluto il suo ingresso per ribaltare, ancora una volta, la partita, passando da 1-2 per gli ospiti al 3-2 finale: «Ma la partita si vince in undici – dice il capitano giallorosso, difendendo i suoi compagni di squadra - io cerco di dare il mio contributo quando entro, ma tutti hanno voluto ribaltare la gara. Sul rigore è stata la prima volta che ho avuto un po’ paura di sbagliare: sotto la Sud, un gol così importante, non sarebbe stato giusto fallire». Anche il presidente Pallotta, presente ieri allo Stadio Olimpico, ha avuto paura che il capitano potesse fallire, a causa del terreno bagnato dal nubifragio che ha investito la capitale tra il primo e il secondo tempo (la partita è stata sospesa per quasi un’ora). Totti, sorridendo, ha risposto che: «Se avessi avuto veramente paura, non avrei tirato quel rigore».

A questo punto, la domanda viene spontanea: ma sarà davvero il suo ultimo anno, questo? Il capitano non ha molti dubbi, in realtà: «Se sto così, perché devo smettere?». Una domanda tanto semplice quanto legittima. Anche il suo allenatore, Luciano Spalletti, si pone gli stessi interrogativi, dandosi (e dandoci) però anche delle risposte : «Se Totti si allena e gioca come sta facendo ora, per me non smette, non l’ho mai visto allenarsi con l’entusiasmo di oggi, manco nel mio primo periodo romano e ve lo dicevo già in ritiro che non avrebbe smesso». Il problema del tecnico giallorosso, semmai, sembra essere il resto della squadra, che non appare affatto all’altezza di Totti: «Facciamo uno spezzone bene, un altro male e dobbiamo sterzare da un momento all’altro. Serve trovare un equilibrio, con la partecipazione dello stadio, come nel secondo tempo, trovando almeno un altro Totti in rosa. Non basta solo un leader in squadra per battere i colossi del nostro campionato, ce ne vuole più di uno e io voglio trovarne altri, far crescere altri, abbiamo bisogno di personalità come lui. I giocatori mi devono far vedere qualcosa di diverso. Come si cresce un leader? Facendo delle forzature, responsabilizzando la squadra facendole credere che si possa giocare anche senza Totti». Spalletti , analizzando la partita, difende poi il rigore concesso a Dzeko: «È netto, perché lui in altre occasioni è rimasto in piedi e gli hanno dato del pollo. È uno che non cade mai, è lealissimo. Ha controllato palla, poggiava il piede a terra, e quello lo scianca. Calcio pieno, pedata netta, non voglio sentire discussioni».

Ma in una giornata come questa, l’ennesima piena di magie del grande capitano, le polemiche non c’entrano davvero niente: resta solo l’incanto, la forza, il sogno. Resta solo Francesco Totti, l’uomo dei sogni.