Wimbledon ha regole tutte sue. Pensiamo ai tie break: ok se il set non è decisivo, altrimenti, apriti cielo, si va ad oltranza. Soffermiamoci sul regolamento.

Tie Break: da dove tutto cominciò

Il tie break è una versione ridotta del game. Che, in caso di parità, stabilisce la squadra vincente. Mutuata in altri sport, come nella pallavolo, affonda le sue origini nel tennis. È il 1965 quando a Jimmy Van Alen, fondatore dell’International Tennis Hall of Fame, si accende la lampadina: un’idea snobbata, all’inizio, introdotta, in uno Slam, solo cinque anni più tardi, agli US Open, dopo le prime prove a Newport. In origine se lo aggiudica il primo che raggiunge i 5 punti. Girato il calendario, nell’edizione di Wimbledon 1971 viene giocato in tutti i set, eccetto quando si raggiunge l’8-8. A partire dal 1976 si tiene per decretare, sul punteggio di sei giochi pari, chi conquista il set. All’interno del tie-break, i punti vengono conteggiati mediante la numerazione tradizionale (1, 2, 3 sino al 7) e non più con quella tipica del gioco del tennis (15, 30, 40, ecc.). Tie-break e set vanno a colui, o colei, che totalizza, per primo, almeno 7 punti, con due punti di vantaggio sull’avversario.

Tie Break: lo super-scontro McEnroe-Borg

Il tennista alla risposta nel dodicesimo gioco ha il diritto di servire il primo punto del tie-break. Poi lo scambio al servizio, ogni due punti da giocare, affinché, ciascuno, serva un punto dal lato sinistro e uno da quello destro del campo. Ogni sei punti giocati si procede al cambio di campo, durante il quale è vietato sedersi. A Wimbledon, il cosiddetto jeu decisif, non si disputa, nel quinto set degli incontri, e vale lo stesso per il Roland Garros e gli Australian Open, oltre che la Coppa Davis. Anche Wimbledon, tuttavia, ha tie-break entrati nel mito: avvincente il “tie” fra McEnroe e Borg del 1980, conquistato dal primo (18-16) dopo una battaglia protratta per oltre 20 minuti, in una contesa alla fine vinta dallo svedese.