Ora è tutto tranquillo. Nella serata di ieri Carlos Tevez ha twittato ‘Mio padre sta bene: sano e salvo. Ed è ciò che più conta. Grazie a tutti per l’appoggio’ poi prosegue ‘Sarebbe facile criticare il mio Paese ma con i suoi difetti e le sue virtù è il Paese che amo‘.

Una vicenda incredibile. Nella mattinata di ieri il padre adottivo dell’Apache è stato sequestrato da 3 malviventi a Moron, nei pressi di Buenos Aires, capitale dell’Argentina. Al momento del rapimento l’uomo era alla guida della sua vettura, un Volkswagen Vento. Secondo gli investigatori l’intenzione originaria sarebbe stata solo il furto dell’auto, ma quando hanno notato il nome Tevez sull’assicurazione si sono fatti ingolosire e hanno deciso di rapire il proprietario. Hanno immediatamente chiesto un riscatto di 2 milioni di pesos corrispondenti a 200 mila euro. Il giocatore si è occupato personalmente della trattativa con i rapitori, supportato in questo dalla collaborazioni efficace delle autorità giudiziarie locali che lo juventino ha voluto ringraziare. L’attaccante aveva già lasicato il ritiro della Vecchia Signora per volare in Argentina quando è arrivata la notizia della liberazione dell’ostaggio (il padre di Tevez è rimasto nelle mani dei rapitori per circa 8 ore). A quel punto l’Apache, rassicurato delle buone condizioni del padre adottivo, ha deciso di rinunciare al viaggio e di rientrare a Vinovo.

Tale avvenimento è solo uno delle tante incredibili vicissitudini della vita dell’Apache che sicuramente non si può definire ‘da uomo comune’. Nasce il 5 febbraio 1984 a Ciudadela (Argentina) da Tridia Martinez e Juan Alberto Cabral. Alla nascita il padre, che morirà 5 anni dopo ucciso da 23 colpi di pistola, non lo riconosce. La madre affetta da qualche problema psichico non può occuparsi del piccolo Carlos che viene affidato alla zia materna, Adriana Martinez, sposata con Raimundo Segundo Tevez. Gli zii lo adottano e gli attribuiscono il cognome. Lo juventino cresce nel barrio (quartiere) Ejército de los Andes denominato Fuerte Apache. Vive in un appartamento vicino alla sede di  una temutissima banda di quartiere: Los Backstreets Boys. Il bomber racconta di tanti momenti di paura. In particolare ricorda le notti in cui dormiva con i fratelli adottivi e nelle quali non ci si poteva affaccire alla finestra dopo il tramonto. Come in guerra. In quel quartiere la malavita faceva da padrone. Giocava a calcio nei campi di Fuerte Apache tra i vetri rotti delle discariche. Quando militava in Premier League e i giornalisti gli domandavano se fosse complicato giocare quel campionato rispondeva che era stato assai più difficle affrontare i campetti di Buenos Aires. A 16 anni il Boca Juniors lo alloggia a Versailles, quartiere più riniomato della capitale argentina, ma le radici restano sempre a Fuerte Apache. Il calciatore porta ancora i segni della sua infanzia che non ha mai voluto cancellare. Una cicatrice sul collo provocata da una scottatura con acqua calda. Il bomber la tiene con orgoglio, simbolo delle sue origini. L’attaccamento alla sua terra è dimostrato, oltre che nel soprannome che porta, anche nelle azioni che l’attaccante ha posto in essere a favore del barrio argentino. Nel 2010 è stato inaugarato un centro sportivo da lui voluto e finanziato. Tevez è molto vicino alla famiglia. Appena ne ha avuto la possibilità ha sistemato i genitori adottivi e anche la mamma Trina in situazioni abitative migliori. Ha sposato Vanessa Mansilla dalla quale ha avuto 3 figli: Katrine, Florencia e Lito. I nomi dei familiari sono tatuati sulla sua pelle.  A Fuerte Apache la gente lo ama. Sui muri dei palazzi campeggiano sue gigantografie come oasi nel deserto, simbolo di una vita diversa da quella del barrio. Da molti in Argentina è considerato il giocatore del pueblo (popolo).

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