Basta la parola, probabilmente. “Super” evoca per forza qualcosa di speciale, quanto meno di diverso. Il solito luogo comune secondo cui “tutta l’America si ferma” per il Super Bowl è probabilmente esagerato, è vero però che la finale della National Football League raccoglie anche quella fetta di pubblico che normalmente non segue nemmeno questo sport, perché gli americani, quando c’è da celebrare un rito collettivo, che sia storico o sportivo non importa, dal “Thanksgiving day” alla festa Nazionale del “4 luglio”, passando proprio per l’ultimo atto del campionato professionistico, sanno rispondere all’appello come nessun altro popolo al mondo.

Volenti o nolenti, il Super Bowl è un pezzo d’America, una sorta di leggenda popolare, un rito collettivo che avvolge una Nazione, la celebra e la racconta. Non c’è probabilmente niente di simile nel mondo dello sport, per lo meno tra gli eventi a cadenza annuale. Nulla che nel tempo si sia trasformato in una festa nazionale de facto come il Super Bowl. Dura spiegare a chi ha sì una mentalità sportiva, ma europea, cosa significhi questa partita per gli americani.

Ne sono stato testimone in due occasioni particolari, non in America, per altro, ma con americani… Il Super Bowl cade spesso nel bel mezzo dei Mondiali di sci alpino, che ho seguito sul posto dall’edizione di Bormio 2005, eccezion fatta per Are 2007. Ebbene, proprio in Valtellina, nove anni fa, tutti i giornalisti presenti, sottoscritto compreso, si misero sulle tracce di un certo Bode Miller, ieri, come oggi, l’atleta più amato, seguito, inseguito del Circo Bianco, per capire dove avrebbe guardato LA partita. In un pub? In discoteca? Nel suo camper (allora girava con quello…)? Disperso sui monti? Chi lo sa. Beh, alla fine, con sommo stupore, scoprimmo tutti che si era rintanato nella sua stanza d’albergo assieme a un amico, collega, rivale e altrettanto personaggio, anche se ben diverso, che di Football americano, probabilmente, sapeva ben poco, Kristian Ghedina

Un anno fa, 3 febbraio 2013, due giorni prima che scattassero i Mondiali di Schladming, in Styria, Austria, il Super Bowl venne trasmesso per tutti gli appassionati al Tyrol Berg, che si scoprì per una notte intera, pieno di fan americani. Per l’occasione, in un paese che non potrebbe essere più diverso dagli Stati Uniti, il menù era rappresentato anche dal panino che vedete nella foto…

No, in effetti non è la vostra “solita” partita di football della domenica. L’evento sportivo più costoso dell’anno per un’azienda che si voglia pubblicizzare durante la diretta televisiva? Sicuro al 100%. Al punto che, lo scorso anno, per non fare che un esempio, la General Motors – mica pizza&fichi – si è chiamata fuori dalla corsa allo spazio pubblicitario: per uno spot di trenta secondi venivano infatti richiesti quattro milioni di dollari tondi tondi! D’altra parte, se negli USA su una popolazione di circa trecentoventi milioni di persone l’audience arriva a toccare picchi di centosessanta milioni di spettatori, ergo uno statunitense su due, è prevedibile attendersi che ottenere visibilità durante un avvenimento del genere possa costare qualcosa di più di pochi spiccioli…

IL VERO BUSINESS – Negli Stati Uniti sport fa rima spesso con entertainment, specialmente in un gioco energeticamente dispendioso come il football, che richiede timeout e pause continue per dar modo ai protagonisti di rifiatare o per consentire frequenti sostituzioni a entrambe le squadre in campo. Ecco, quindi, che tutto ciò che fa da contorno alla partita ne diventa in realtà parte integrante e, siccome da quelle parti ogni scusa è buona per fare business, la NFL iniziò a chiedersi, anni fa, se l’interruzione più lunga durante il Super Bowl, alla fine del secondo quarto, non potesse diventare un vero e proprio spettacolo nello spettacolo per far salire ulteriormente gli ascolti (e gli incassi).

IL FATTO – È dunque a partire dagli anni Ottanta si decide che l’halftime show debba ospitare artisti e band di fama mondiale quali Michael Jackson, i Rolling Stones e Bruce Springsteen, per citarne solo alcuni. E se poi succede quello che succede alla fine del primo tempo del Super Bowl XXXVIII nel febbraio 2004, con Justin Timberlake che scopre accidentalmente il seno della co-performer Janet Jackson, apriti cielo! “Wardrobe malfunction”, “cattivo funzionamento del vestiario”, così verrà creativamente definito l’incidente che potete vedere nei secondi finali di questo video.

YOU TUBE  – L’ondata di polemiche seguenti, il bigottismo e le censure sul filmato dell’episodio ispirarono tre ragazzi americani, che pensarono, più o meno: “Sta’ a vedere che forse avrebbe un senso creare una piattaforma online per rivedere la performance della Jackson e, perché no, qualsiasi altro tipo di video”. Nacque così un certo sito chiamato YouTube, ma questa, ovviamente, è un’altra storia…

La presentazione della partita.

Ecco il tabellone playoff con i risultati.

Un’occhiata alla Regular Season!

I pronostici di Leonardo a inizio stagione: NFC

I pronostici di Leonardo a inizio stagione: AFC