Più che con un “buona la prima” l’avventura in Bundesliga di Carlo Ancelotti col Bayern Monaco inizia con un più adeguato “strepitosa la prima” poiché nella giornata d’esordio del campionato tedesco che, come da teutonica consuetudine, prende avvio con il match del club che ha conquistato il Meisterschale (lo scudetto di Germania) nella passata stagione, il Bayern Monaco nello scenario casalingo dell’Allianz Arena nella serata di venerdì 26 agosto ha letteralmente disintegrato i rivali storici – ora purtroppo decaduti – del Werder Brema per ben 6-0, anche grazie a una tripletta del solito inossidabile Robert Lewandowski.

La netta impressione nella serata di Monaco di Baviera è quella di una linea di continuità, almeno sul piano dei risultati, tra il vecchio e il nuovo, ovvero tra Guardiola e Ancelotti. Poche settimane di tempo sono già sufficienti per valutare il lavoro, come sempre notevole e qualitativo, di Carlo Ancelotti sulla panchina del Bayern poiché i bavaresi, abituati da sempre a dominare in Germania, di sicuro nelle ultime quattro stagioni, nel passaggio di consegne tra Jupp Heynckes e Pep Guardiola, l’hanno fatta ancora una volta da padroni sul campo annichilendo un malcapitato Werder Brema che, al contrario, da qualche anno non se la sta passando affatto bene.

Pur con la mutazione tattica che ci si aspettava, non tanto nell’assetto e nello schieramento, quanto nel gioco, perché quello di Carletto l’emiliano è un Bayern molto più verticale e pragmatico, decisamente meno “speculativo” di quello guardiolano, i campioni di Germania non concedono nulla all’avversario tenendo il pallino del gioco senza che però il possesso palla diventi un’esasperata (ed esasperante) ossessione di controllo. Ancelotti non esegue esperimenti tattici in corso d’opera, non inverte le ali e non trasforma terzini in centrocampisti ma ha comunque le idee molto chiare su come arrivare costantemente dalle parti dell’area avversaria, sfruttando ora gli esterni, ora le corsie centrali attraverso schemi semplici ma efficaci.

Di sicuro, oltre alla differente organizzazione tattica dell’insieme, la differenza qualitativa dei singoli pesa e il Werder da questo punto di vista perde qualsiasi confronto sui valori delle individualità. Allora un po’ per limiti intrinseci di un Werder decisamente non all’altezza dei rivali (in panchina si è visto uno sconsolato Skripnik non saper davvero letteralmente che pesci pigliare, consapevole di una formazione, la sua, molto modesta), un po’ per lo strapotere bavarese mostrato, l’esito del primo match di Bundesliga non può che assumere la configurazione di un set tennistico. Ma attenzione Carletto, non sarà sempre così. O almeno ce lo si augura.