Il tremendo fallo con cui Kamil Glik ha abbattuto Emanuele Giaccherini durante l’ultimo derby della Mole è stato punito con un turno di squalifica dal Giudice Sportivo. Un solo, miserabile turno di squalifica per un intervento folle con cui il difensore polacco avrebbe potuto mettere a repentaglio la carriera del centrocampista della Juve, se solo l’impatto fosse avvenuto qualche centimetro più in alto sulla gamba dell’avversario.

Ora, com’è possibile che un fallo del genere sia sanzionato nella medesima misura con cui, solo settimana scorsa, è stato punito Foschi per aver “pronunciato un’espressione blasfema”? E com’è possibile che lo schiaffetto di Ibrahimovic ad Aronica, durante Milan-Napoli dello scorso febbraio, sia valso allo svedese ben tre turni di stop – stessa pena rimediata l’anno prima per un insulto a un guardalinee?

Peraltro, la colpa non è tanto del Giudice Sportivo – che non fa altro che tradurre in sanzioni ciò che è scritto sul referto dell’arbitro – ma, appunto, del direttore di gara stesso. Gianluca Rocchi, evidentemente, ha ritenuto che quello fosse un fallo di gioco, seppur grave (come riportato nel comunicato ufficiale), ma non di un intervento violento , per il quale la sanzione minima è di tre giornate. A questo punto, viene da chiedersi a cosa serva un Giudice Sportivo, se il suo compito si limita a rendere effettive decisioni prese da un arbitro in presa diretta, senza l’ausilio delle immagini televisive di cui invece il Giudice dispone. Mettiamoci una dattilografa, ché costa pure meno.

Non è giusto criminalizzare Glik,  né è nostra intenzione sdoganare la volgarità o la condotta antisportiva, ma non si può equiparare una parolaccia o un buffetto da bullo di periferia con un intervento che rischia di procurare gravi danni fisici a un avversario. È il campionato di calcio, non un convento.