Rino Foschi, direttore sportivo del Genoa, è stato condannato dal Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica a un turno di Purgatorio: il suo peccato è stato quello di aver “proferito un’espressione blasfema” all’ultimo minuto della gara tra Atalanta e Genoa in presenza di un alto prelato, ovvero il quarto uomo. Attenzione: non una bestemmia in diretta televisiva o a microfono aperto, ma un’imprecazione privata colta da uno zelota dall’udito affilato. In caso di recidiva, il dirigente romagnolo sarà spedito a far compagnia a sodomiti e usurai nel terzo girone del settimo cerchio.

E mentre Foschi è impegnato nel suo processo di purificazione – sempre che non voglia imitare Mimmo Di Carlo e sostenere che l’obiettivo dei suoi strali non era la Causa Prima Non Causata ma il generale Armando Diaz – a me viene tristemente in mente che ai tempi del Blasfemo di Edgar Lee Masters e Fabrizio De André (“Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino, non avevano leggi per punire un blasfemo”) ce la si passava decisamente meglio.

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