SOCHI (Russia) - Avevamo tutti una gran paura, alla vigilia. Per il clima, per il tempo, per gli attentati, per la neve, per le piste, per il mare, per l’umidità, per la nebbia, per il doping, per la copertura televisiva. Per tanto, forse troppo.

Alla fine, dobbiamo dirlo, è stata una gran bella Olimpiade Invernale. Del terrorismo non si è più parlato, quando era diventato il “lait motiv” dell’immediata vigilia a Cinque Cerchi e grazie a Dio, invece, non ce n’è stato bisogno di parlarne. La Cerimonia d’apertura, magari pure “pasticciata” e confusa in alcuni momenti, è stata comunque monumentale, volenti o nolenti. Il mondo torna comunque da Sochi con la consapevolezza di aver assistito a una grande Olimpiade: ottimi impianti, efficienza organizzativa e, per coincidenza astrale, quasi sempre bel tempo. La Russia non solo ha tamponato i venti di rivolta che potevano provocare i temuti attentati, ma ha anche vinto il medagliere. Un trionfo completo per il titolare dei “Giochi di Putin”.

E poi ecco le gare e i campioni, mai così esaltati, forse, da un’Olimpiade invernale, che ha regalato poca gloria ai “carneadi” e tante gioie agli atleti più vincenti nell’ultimo quadriennio. Pensateci.

E’ stata l’edizione del neo-40enne Ole Einar Bjørndalen, il primo prototipo di biathleta-robot, da fine anni ’90, capace di superare il record di medaglie olimpiche (8 ori, 4 argenti, totale 12) che apparteneva a Bjiorn Daehlie per approdare, grazie al trionfo nella sprint e nella staffetta mista, a quota 13 allori, con 8 ori, 4 argenti e 1 bronzo. Sempre nel biathlon, è stata l’Olimpiade del grande atteso Fourcade, che ha non tradito le attese della vigilia, fallendo sì la sprint, ma vincendo inseguimento e individuale e ha poi litigato con i Media francesi che lo hanno poco considerato in quanto rappresentate di una disciplina, a detta loro, non seguita come lo sci alpino (allucinante: hai un campione così in casa e non lo celebri?). E, ovviamente, della “redenta” Dar″ja Domračavabielorussa di Minsk, ma cresciuta come biathleta in Russia, che finalmente ha trovato a Sochi la consacrazione per il suo talento incostante, ma unico.

Sono state le Olimpiadi di Zubkov e dei suoi due ori nel bob, per una Russia che non vinceva nella disciplina da Calgary ’88, quando faceva ancora parte dell’allora Unione Sovietica. Sochi 2014 ha consacrato anche il talento di Frenzel nella combinata nordica, dopo due anni di dominio, la qualità delle squadre canadesi nel curling, vincenti tra uomini e donne così come capitato nell’hockey su ghiaccio.

E’ passata chissà perché sotto silenzio la doppietta di Camil Stoch nelle gare individuali del salto speciale, come in passato erano riusciti a fare solo il finlandese Matti Nykänen e lo svizzero Simon Amman. Mentre il salto femminile, all’esordio, ha regalato una delle sorprese più clamorose dei Giochi, di sempre, lasciando fuori dal podio la giapponese Sara Takanashi, dominatrice della specialità da oltre un anno con 19 podi consecutivi, ma quarta nella gara più importante della sua vita finora (è giovane, si rifarà) vinta dalla tedesca Carina Vogt.

E’ stata l’Olimpiade delle 23 medaglie olandesi su 32 nel pattinaggio velocità, 8 ori, 7 argenti, 8 bronzi, con Jorien ter Mors (protagonista, pur senza allori, anche nello short track), Ireen Wüst e Sven Kramer a farla da padrone.

Tina Maze mancava solo l’oro olimpico per coronare una carriere perfetta, è arrivato in doppia versione, tra discesa libera e slalom gigante. La donna dell’Olimpiade è probabilmente la fondista norvegese Marit Bjørgen (foto InfoPhoto), tre ori e nuova recorwoman di medaglie nel fondo! A proposito:  è stata l’Olimpiade dei grandi nomi nello sci alpino, Anna Fenninger, Maria Riesch, Maze appunto, Mikaela Shiffrin, Mario Matt, Innerhofer, Ted Ligety…

Lo short track ha celebrato i trionfi dell’ostracizzato Victor An, coreano di Russia (tre ori!) e delle tante asiatiche, mentre il pattinaggio ha coccolato finalmente una russa sul trono olimpico.

Nella categoria “grandi emozioni” rientrano anche la pazzesca rimonta con tanto di volata vincente di Charlotte Kalla che ha regalato alla Svezia un oro che nella staffetta femminile del fondo mancava da ben 54 anni, e poi i 4 rigori sui 6 tentati del match-winner di Stati Uniti-Russia di hockey T.J. Oshie, il trionfo delle ucraine nella staffetta femminile del biathlon a poche ore dalla strage di Kiev, e come non ammirare grandi “vecchi” come lo slittinista russo Albert Demchenko e il saltatore giapponese Noriaki Kasai, che a 42 a e 41 anni hanno vinto entrambi un argento individuale alla loro settima Olimpiade!

L’Olimpiadi dei grandi nomi, della nebbia che doveva esserci sempre e in realtà c’è stata poco, della neve spacciata sempre come molle in realtà accettabile, delle gare molto belle e dei campioni che l’hanno onorata, lascia una bella sensazioni e la speranza di aver fatto appassionare qualche persona in più alle discipline della neve e del ghiaccio, uniche nel loro genere.