A mente fredda si ragiona meglio. Sono passati otto giorni dalla Cerimonia di Chiusura dei Giochi di Sochi 2014, di cui abbiamo già tracciato un bilancio generale, con i campioni più attesi a farla da padrone.

Sulla spedizione azzurra, che ha conquistato otto medaglie, nessuna d’oro, si sono già espressi in tanti; ecco la nostra opinione allargata alla situazione generale del movimento negli sport della neve e del ghiaccio, senza pretendere di avere la bacchetta magica né di avere ragione a ogni costo.

Intanto, partiamo dalle nostre previsioni, che con un pizzico di fortuna abbiamo azzeccato, in termini di medaglie: otto ne avevamo previste, otto sono arrivate, anche se pensavamo a una distribuzione diversa. L’idea, infatti, era che ci fosse almeno un oro, pur non essendo assolutamente facile o scontato capire dove potesse arrivare, anzi; tant’è vero che non è mai arrivato. Noi puntavamo principalmente su un discesista azzurro (e Christof Innerhofer c’è andato davvero molto vicino) o su un “rider”, cioè un atleta della snowboard, March, piuttosto che Visintin o Moioli. Niente neanche lì, ma con la sfortuna che ha tolto di mezzo Visintin durante le semifinali del border cross maschile, quand’era tranquillamente in corsa per l’accesso alla finale e quindi anche per l’oro.

Insomma, l’idea di base riguardava la possibilità sì di battere il bottino striminzito di Vancouver 2010 (sole 5 medaglie), ma le perplessità erano legate alle poche chance di salire sul gradino più alto del podio.

Non di sole medaglie vive però, la nostra struttura di neve e ghiaccio, rappresentata da F.I.S.I. e FISG, le due Federazioni di riferimento. Perché fermarsi al bottino nudo e crudo e al posizionamento nel medagliere finale vorrebbe dire fermarsi alla superficie. Il problema principale è che l’Italia si salva sempre, in un modo o nell’altro, tra Olimpiadi estive (vedi scherma e tiro) o invernali, grazie ad eccellenze clamorose, come, nel caso specifico, Kostner e Fontana, per esempio, ma deve essere in grado di costruire movimenti che producano atleti di alto livello in numero più elevato, come riesce a fare in ogni disciplina la Germania. Poi, il campionissimo, quello nasce quando e dove te lo aspetti meno. Un classico. Ma i Pittin, le Fontana, le Kostner sono eccezioni che devono trovare un terreno arato in maniera diversa per produrre frutti costanti nel tempo.

Ci spieghiamo meglio. Le otto medaglie dell’Italia sono state conquistate da Fontana, Innerhofer, Kostner, Zoeggeler e dal quartetto del biathlon nella staffetta mista, Wierer, Oberhofer, Dominik Windisch, Lukas Hofer. Atleti che vivono in situazioni ben diverse.

Nello sci alpino la base da cui attingere è sempre molto ampia, come movimento in sé forse solo l’Austria è più grande del nostro, in Italia contiamo oltre 1000 Sci Club e la base di agonisti praticanti è numerosa, anche se, certo, comunque in diminuzione, perché per fare anche solo arrivare un figlio al Comitato di Riferimento o addirittura in Nazionale C, i genitori devono investire un patrimonio. Ma questo è un altro discorso. Ciò detto, è  lecito attendersi sempre tanto dallo sci alpino, che all’interno della Federazione può contare su ottime risorse anche economiche, relativamente al budget a disposizione della F.I.S.I. e rispetto alle altre discipline, nonostante quello che si sente dire in giro. L’Italia può sempre contare sulla base d’appoggio di Ushuaia, in Argentina, d’estate, ha numerosi ghiacciai cui può rivolgersi in qualsiasi momento dell’anno e tanti atleti che potenzialmente hanno le qualità tecniche per emergere. Probabilmente vinciamo molto poco rispetto a quanto potremmo fare con questi numeri, nello sci alpino, un po’ per alcune impostazioni storiche che fatichiamo a toglierci dalle spalle (come quella di continuare a dividere i gruppi di lavoro in discipline tecniche e veloci, quando in ogni squadra bisognerebbe costruire un gruppo di polivalenti), un po’ per la difficoltà, paradossale, ma concreta, nonostante le numerose e gloriose stazioni sciistiche di cui disponiamo, di trovare disponibilità di piste e spazi da ritagliare all’interno di progetti che hanno i turisti in cima a ogni pensiero e non gli allenamenti degli atleti di punta della Nazionale. Anche a livello di marketing e comunicazione si potrebbe lavorare molto meglio. Poi dovremmo affidarci, secondo noi, almeno ogni tanto, a qualche professionista che arriva dall’estero per guidare i gruppi di Coppa del Mondo, non perché i nostri tecnici non siano validi, anzi, abbiamo allenatori eccezionali, ma perché lo scambio di idee e il cambio di gestione può portare stimoli e progetti nuovi. In  ogni caso, la base è stabile, produce buoni numeri, poi il campionissimo deve sempre nascere. A livello femminile, ne avremmo un gran bisogno, ma non mancano prospetti interessanti in questo senso. Serve anche un pizzico di fortuna, sia chiaro, legata soprattutto agli infortuni, che nello sci fanno tutta la differenza del mondo.

Ben diverso il discorso nelle altre discipline, non avendo più potuto contare sugli impianti dei Giochi di Torino, per esempio, come ampiamente previsto, ahimé… Non abbiamo un vero trampolino grande per il salto speciale in tutta Italia, non abbiamo un budello su cui allenare slittinisti, skeletonisti e bobbisti, i praticanti nel fondo latitano, mentre quanto meno nel biathlon, forse anche per i primi successi che arrivano, il movimento, ma quasi esclusivamente in determinate zone ben definite (Alto Adige e Val d’Aosta) produce numeri discreti e ha Anterselva come principale punto di riferimento (ne serivebbero almeno altri due, però, di poli). Lo short track dal 1992, cioè da quando è stato inserito in pianta stabile ai Giochi, produce sempre risultati clamorosi, ma dovrebbe allargare la sua base rispetto alla sola Valtellina. Con tutto ciò riusciamo incredibilmente ad avere una squadra potenzialmente fortissima di combinata nordica, che prima o poi esploderà in tutto il suo potenziale, un controsenso se guardiamo le strutture e la storia della disciplina, in Italia. Tutto questo perché siamo un Paese unico, nel bene e nel male, anche a livello sportivo.

Insomma, servono programmazione, organizzazione logistica, soprattutto per allenamenti e “mezzi” nelle discipline da budello, qualche buona idea nuova, mentre i talenti giovani, almeno nello sci alpino, nel biathlon, ma anche nello slittino e nel fondo, non mancano, tutto sommato.

Tornando alle medaglie conquistate a Sochi, ci aspettavamo gli allori di Arianna Fontana, avevamo pronosticato il bronzo di Carolina Kostner e una medaglia per l’eterno Armin Zoeggeler, che amava la pista di Sochi, sapevamo di poter contare su una squadra di velocità maschile, nello sci alpino, molto competitiva, cui è mancato un Paris al top per arricchire un bottino comunque buonissimo, con le due medaglie di Innerhofer. Certo, ci avessero detto alla vigilia dei Giochi che non avremmo vinto nemmeno una medaglia nello snowboard, tra cross e alpino, non ci avremmo mai creduto, ma i due quarti posti di Boccacini e March sono sinonimo di competitività; così come quelli di Nadia Fanchini in gigante e Daniela Merighetti in discesa nello sci alpino femminile, al quale chiedevamo di provare a guastare la festa alle favorite; avendo vinto una sola gara (proprio con la citata “Dada) in Coppa del Mondo nelle ultime cinque stagioni, era difficile sperare nel botto. Ma l’obiettivo è stato centrato, anzi, le ragazze hanno perfino fatto meglio di quanto realizzato in stagione, con la camuna di Montecampione al miglior risultato della sua storia in gigante (a 11 centesimi dalla medaglia e con tre autentiche campionesse davanti, Maze, Fenninger e Rebensburg) e la bresciana alla miglior gara in discesa dell’ultimo anno e mezzo. La squadra ha giovani interessanti su cui puntare, ma per il resto è arrivato il momento di capire qual’è il reale valore di atlete sicuramente valide come Brignone, Elena Curtoni, Goggia, Agerer e Marsaglia.

Il biathlon ha un movimento in salute e la medaglia conquistata ne è la necessaria conseguenza; soprattutto a livello femminile, dove la concorrenza è meno forte rispetto al settore maschile, il prossimo quadriennio potrà regalarci non poche soddisfazioni.

Ahimé l’Italia è infine pressoché inesistente nello skeleton, nel bob e nel freestyle, in crisi nel fondo, ma qualcosa comincia a muoversi, soprattutto a livello femminile, attende sempre come un Messia un maschio competitivo nel pattinaggio di figura dopo la pessima gestione del caso-Contesti, così come nel salto speciale, anche se atleti di discreto livello non mancano. La Nazionale di Hockey ghiaccio maschile, arrivata a un passo dalla qualificazione olimpica, sta rialzando la testa, pur non potendo competere con i colossi scandinavi, nordamericani o con i russi, qualcosa si muove anche nel pattinaggio velocità, meno nel curling.

Nel complesso, a Sochi, ci sono stati 38 piazzamenti degli azzurri tra i primi 8 e la squadra si è dimostrata proprio per questo ad alto livello in più discipline in maniera di gran lunga superiore rispetto a Vancouver 2010. Ecco il motivo principale per cui, tenendo ben presento quanto scritto in precedenza, il bilancio dell’Italia è positivo rispetto a quattro anni fa e vede la nostra nazione in (seppur minimo) rilancio nelle discipline della neve e del ghiaccio. Ora ci saranno nuove elezioni F.I.S.I. con Flavio Roda ancora favorito per la vittoria e un nome pesante, ma tutto da verificare, come quello di Manuela Di Centa che si staglia all’orizzonte.