Alla fine lo ha detto. Ci eravamo illusi che almeno questa volta, al termine della peggior stagione degli ultimi 30 anni, ci fosse risparmiato il classico tiro al piccione contro l’allenatore da parte di Silvio Berlusconi (chiedere a Zaccheroni, lo stesso Ancelotti, Leonardo, Allegri, Seedorf); ci eravamo illusi che un simile disastro collettivo non potesse essere addossato interamente al più classico dei capri espiatori, peraltro bandiera del grande Milan che fu; ci eravamo illusi che un minimo di autocritica fosse il minimo della pena per chi, agli occhi di tutti gli uomini dotati di raziocinio, è da ritenere il vero responsabile di questo lungo e delirante inverno rossonero, ovvero proprietà e dirigenza. Niente da fare. Durante una delle innumerevoli interviste di questi giorni, Silvio Berlusconi non ha resistito e ha finalmente appioppato la colpa di questo incubo di campionato a Filippo Inzaghi:

Abbiamo già una squadra molto forte, che non ha ricevuto un gioco all’altezza. Nonostante questo, abbiamo l’intenzione di fare degli acquisti importanti, e credo sia giusto mettere a disposizione un finanziamento importante, ma anche gli uomini che sono già nella rosa sono assolutamente validi e molti di loro sono nella nazionale italiana

Silvio non fa nomi, ma non ci vuole un master in semiotica per capire a chi è stato indirizzato il colpo di cannone. Per lui, il Milan è già forte così, e il fatto che non sia riuscito a raggiungere mirabili risultati è perché il suo allenatore non è stato all’altezza. Non è una valutazione totalmente sconnessa dalle realtà, sia chiaro: è evidente che con un tecnico più esperto (o semplicemente più capace) il Milan avrebbe reso di più. Non è una squadra da decimo posto, anche se ci vuole davvero una bella dose di immaginazione, e non solo di quella, per vederla oltre il quinto/sesto.

Inzaghi ha sicuramente mostrato limiti palesi sia dal punto di vista tattico che psicologico che dialettico (le sue interviste postpartita sono già entrate nel mito), ma non si è insediato con la forza sulla panchina rossonera: qualcuno ce l’ha messo, ed è lo stesso qualcuno che prima ha prelevato il giocatore Clarence Seedorf dal Brasile, regalandogli un folle contratto di due anni e mezzo con stipendio da top manager, per poi giubilarlo dopo quattro mesi. Per non parlare della rosa sbrindellata che è stata messa a disposizione di Inzaghi: doppioni, giocatori disfunzionali al progetto, taglialegna e giocatori con meno personalità di un budino di tapioca. Credere, o voler far credere, che un altro allenatore avrebbe saputo trasformare Honda in James Rodriguez, Poli in Pogba e Abate in Dani Alves significa mentire sapendo di farlo, oppure vivere su un altro pianeta. Soprattutto, significa che i tragici errori di questi anni rischiano di perpetuarsi anche nel momento della tanto sbandierata rifondazione.

Qualcuno dirà: almeno si è finalmente capito che è pura follia gettare allo sbaraglio un non-allenatore, e si è deciso di puntare su un tecnico pluridecorato come Carlo Ancelotti. Vero, ma solo fino a un certo punto. Perché un club con le idee veramente chiare non spedisce il proprio amministratore delegato a supplicare un suo ex allenatore di tornare alla base, peraltro a telecamere accese e tra gli squilli di tromba. Un club con le idee chiare parla dopo aver agito, non il contrario. Il rischio che questo grottesco rituale di corteggiamento rivolto all’incolpevole e imbarazzato Ancelotti si trasformi in un boomerang, e sportivo e d’immagine, è molto alto. Ma tanto la colpa sarà sempre degli altri.