Il sogno Champions agognato, inseguito e per certi versi maledetto per lunghi anni, dopo la conquista a Roma nel 1996 e la conseguente fantasmizzazione per quasi vent’anni passando per Manchester nel 2003, si infrange per la Juventus contro un muro che a Berlino esiste ancora ed è quello eretto dal Barcellona che annulla così il sogno ancor più grande di poter conseguire la gloria del triplete eguagliando l’Inter in Italia. La Juventus ci ha creduto fino alla fine ricevendo comunque l’onore delle armi da parte della squadra più forte d’Europa e, con molta probabilità, del mondo. Fino alla fine. Un mantra che non ha portato fortuna ai bianconeri, così come l’Olympiastadion, ovvero il tempio che aveva consacrato il quarto mondiale della nazionale italiana nei Mondiali di Germania del 2006. Un grido di battaglia che però è stato sinonimo di un orgoglio di cui il popolo juventino può andare certamente fiero. E per un sogno infranto, ce n’è un altro che invece si è realizzato nella magica notte berlinese, quello catalano di un – addirittura – secondo triplete dopo il primo tris concretizzato alla sua prima stagione alla guida dei blaugrana da parte di Pep Guardiola. History repeating e il Barcellona grazie a Luis Enrique torna sul tetto d’Europa.

Forti ma non imbattibili. Il match, come ogni finale a questi livelli che si rispetti, ha saputo regalare emozioni ma ha vissuto anche di ampi momenti di discontinuità, di stagnamento e di fasi aritmiche. La Juventus parte a razzo mettendo subito in difficoltà il Barça andando immediatamente a pressare i portatori di palla avversari e soprattutto Mascherano, in difficoltà con l’equilibrio e con l’emozione. Sì, anche un veterano come lui. Però il Barcellona reagisce subito da grande squadra e al 4′ va addirittura in vantaggio con Rakitic dopo un fraseggio in area con Iniesta che è pura poesia. Ci si sarebbe aspettato un canovaccio già scritto con la Juventus arrembante alla ricerca del pareggio e i catalani pronti a sfruttare le ripartenze e gli spazi che a quel punto si sarebbero creati. Niente di tutto questo. Allegri predica calma e ordina ai suoi il predicato della compattezza: rimanere corti e uniti. La partita cambia subito volto divenendo estremamente tattica con il Barcellona che non affonda il colpo per timore di scoprirsi troppo cedendo alla controffensiva bianconera. Si torna allora “guardiolani”  e guardinghi, si va per vie orizzontali aspettando il momento giusto per la verticalizzazione. Ma la Juve è attenta e concede pochissimo. Quando il Barça perfora una difesa comunque attenta, ci pensa San Buffon.

Il cielo è sempre più bl(a)u(grana). Se il Barça trattiene i suoi cavalli di razza senza sfrenarli (Messi, Suarez e Neymar sembrano trattenuti) e mira a conservare il possesso palla (la percentuale è altissima nel primo tempo, quasi il 70%) la Juventus attende il momento giusto per colpire e qualche spauracchio comincia a metterlo a Ter Stegen, però nel primo tempo risulta fin troppo attendista concentrandosi maggiormente nella fase di copertura. Poi però nella ripresa le cose cambiano, ma solo per la Juventus. Il Barcellona insiste sul suo tema tattico del palleggio e del possesso, a volte allestendo una pigra offensiva. Allegri decide che è il momento di cominciare a giocarsela a viso aperto e incomincia ad ordinare alla difesa di alzarsi e così il baricentro di tutta la squadra. La Juventus incomincia a pressare mandando in seria difficoltà il Barça e proprio da una palla rubata nasce il gol del pareggio di Morata, sempre l’uomo giusto al momento giusto, una volta innescato Tevez.

Kairos. Il Barcellona perde il controllo sulla partita e la Juve cresce sfruttando finalmente quel vantaggio a centrocampo che il modulo gli consente ma proprio nel suo momentum, il Barcellona approfitta di una ripartenza fatale che grazie al tiro di Messi dal limite e il tap-in di Suarez regalano il vantaggio ai catalani. La Juventus ci crede, fino alla fine ma proprio sul finale di partita giunge anche il 3-1 di Neymar a chiudere i giochi. Il trio stellare da 122 gol a stagione ha colpito ancora. La Juventus ha avuto il suo kairos, il momento di stallo in cui o si prende il volo o si cade rovinosamente a terra, da cui però ci si rialza guardando gli avversari a testa alta. E le lacrime di Pirlo dicono tutto. Il cielo sopra Berlino è nero notte ma sotto è solo delirio blaugrana.