Dopo aver fatto testamento prima della sfida del Celtic Park, nel dopopartita Adriano Galliani ha tergiversato sornione e ironico. “Del mio futuro non parlo”, ha detto l’architetto di tanti grandi Milan del recente passato, ma il suo sguardo e i suoi sorrisi hanno raccontato un’altra verità, già scritta e incontrovertibile. Si cerca una exit strategy che danneggi il Milan il meno possibile, meno cioè di quanto non abbia fatto l’improvvida entrata a piedi uniti di Barbarella dello scorso 3 novembre, ma non c’è alcuna alternativa alla separazione consensuale tra il geometra e il club che ha contribuito a issare sulla capoccia del mondo.

Sono tempi strani, a Milanello. Parlano tutti. Barbara esautora Galliani a mezzo stampa, Allegri preannuncia il suo addio in conferenza, Galliani non smentisce la sua deposizione (confermandola di fatto). Poteva mancare Seedorf? Lui, Sua Altezza Serenissima il Cavaliere di Orange e Nassau che, dall’alto del suo ego grande quanto l’Ucraina a Risiko, si esime dall’esprimere la sua opinione? Giammai. Così Clarence alla stampa brasiliana:

C’è stato un gran parlare su di me. Per me sarebbe bello tornare al Milan, ma per ora non voglio dire nulla sul mio futuro, mi interessa il presente, la mia attenzione è sul Botafogo

Tutto questo, solo un giorno dopo aver dichiarato, con la consueta umiltà, di voler diventare “il miglior allenatore del mondo” sulla scia del suo modello Phil Jackson (cioè il più grande coach della storia dell’NBA, hai detto nulla). Ci sbilanciamo? Il quadro dirigenziale è ancora avvolto nella nebbia – Barbara vuole un triumvirato composto da un uomo di finanza (Claudio Fenucci), un direttore sportivo (Bigon, Sogliano o Leonardi) e un direttore tecnico (Albertini o Maldini)  - ma, per ciò che riguarda la panchina, il nuovo corso ha già un nome e un cognome.