La fine di un incubo, per i tifosi meneghini; un atto dovuto, per gli irriducibili avversari. Tutto giusto, se vogliamo, a patto di non pensare che non lo sport ci debba essere per forza qualcosa di scontato e che essere “più ricchi” degli altri sia valore negativo, di per sé. La storia parla chiaro, in questo senso. Sì, l’Olimpia Milano questo Scudetto, il 26esimo della sua storia, il primo dopo 18 anni a tratti anche drammatici, “doveva” vincerlo, perché da due stagioni aveva la squadra più forte e il budget più imponente. E alla fine, al termine di un percorso irto di difficoltà, ce l’ha fatta. Contro un avversario più tosto anche del pensabile, quella Mens Sana (in “corpore insano, economicamente…) in odore di liquidazione. Il che aumenta il valore dell’impresa. Il risveglio dell’EA7 è stato dolce, dolcissimo, dopo la festa proseguita al Nobu, il locale di proprietà di patron Armani.

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PRIMO TURNO PLAYOFF 2014

Scontato? Per nulla. Vista la partenza della squadra in Regular Season e soprattutto la fatica compiuta per battere, nella post season, Pistoia, Sassari e poi Siena (cinque partite nel primo caso, cioè tutte quelle disponibili, sei nel secondo, sette per l’atto finale, mai successo prima in Italia). Non sappiamo dire con certezza se l’EA7 di Banchi avesse o meno il quintetto titolare meglio assortito (posto che è cambiato più volte dall’inizio della stagione), ma certamente aveva una profondità di roster che nessun’altra squadra, in Italia, poteva vantare, e anche maggior talento di tutti. Questo sì. Ciò non significa che il titolo non abbia valore in quanto “scontato” o che non sia meritato o vada letto in maniera diversa perché “la serie A non è più quella di una volta”. Non è colpa di Milano se rispetto all’epopea degli anni ’80 la pallacanestro nostrana ha perso colpi, in vari settori. Con la fantasia, l’intelligenza, l’abilità dei dirigenti si possono comunque inseguire e ottenere grandi traguardi pur facendo le nozze con i fichi secchi, come da quattro lustri a questa parte sta facendo in maniera incredibile e vincente, per non fare che un esempio, la Pallacanestro Cantù.

ALBO D’ORO

Il trionfo di Milano fa bene, invece, alla pallacanestro italiana, perché rimette nell’Albo d’Oro una società storica del nostro basket, che in questi 18 anni ne ha passate di tutti i colori, tra numerosi cambi societari (alcuni grotteschi, vero Joe Bryant?), rischio di fallimento e/o retrocessione (i tiri liberi sbagliati apposta da Bullock contro Imola, alzi la mano chi le li ricorda, ero al PalaLido…), scoramento dei tifosi, fino alla stabilità trovata grazie a Giorgio Armani, davvero salvatore delle Scarpette Rosse. Certo, l’Olimpia della sua gestione ci ha messo tanto a vincere, indubbiamente troppo, visti budget a disposizione, allenatori guru passati all’ombra della Madonnina, fior di giocatori (o presunti tali) acquistati nel roster, ambizione del progetto. Ma ai più giovani ricordo che anche le Scarpette Rosse di Gabetti e Peterson, Carr, Gianelli, Schoene, Joe Barry Carroll, Meneghin, McAdoo, D’Antoni, Brown per non citarne che qualcuno, anni ’80, a parte lo Scudetto targato Billy del 1982, ci misero tanto a vincere nella maniera prevista, soprattutto passarono da quattro tremende sconfitte consecutive, due tricolori (Roma 1983, Bologna 1984), una in Coppa Campioni che ancora oggi fa male (Cantù 1983, a Grenoble), una in Coppa delle Coppe (1984). Poi, un diluvio di successi (anche una Coppa Korac di quegli anni), con l’apice del Grande Slam 1987 (Scudetto, Coppa Italia, Coppa Campioni) con D’Antoni già da tempo italiano, Premier, Meneghin, McAdoo, Barlow, Boselli, il giovane Pittis e tutti gli altri in campo. Per cui, diamo tempo al tempo.

Certo, per tornare a vincere, dopo quattro Finali Scudetto perse (il 4 che ritorna… 2005, 2009, 2010, 2012), ci sono voluti in primis i soldi di Armani (ma che male c’è? Nello sport i proprietari ricchi fanno la differenza, giusto o sbagliato che sia è così, anche negli Stati Uniti del Salary Cap) e soprattutto, aggiungiamo noi, l’intelligenza di puntare su un allenatore, Luca Banchi, che ha saputo creare un gruppo, come a Siena, affiatato, affamato, vincente, unito e non solo un insieme di giocatori, magari anche di talento, ma senza lo spirito necessario per superare difficoltà sportive assieme, come ha insegnato anche David Moss, in campo. Uniti si vince. Divisi, anche con più talento di tutti, no.

E lo stesso Luca Banchi ha dimostrato di che pasta è fatto commentando così la stagione di Milano negli spogliatoi, tra una doccia di champagne e un’altra: “La nostra stagione? Buona, senza esaltarsi“. Certo, ora bisognerà dare continuità a progetto e gestione e puntare quanto meno a raggiungere quelle Final Four in Euroleague soltanto sfiorate quest’anno. Ci sono le premesse per farlo, mantenendo possibilmente intatto il nucleo più importante della squadra, a nostro avviso formato da Gentile-Moss-Samuels-Gerrells-Langford-Melli.

CLASSIFICA REGULAR SEASON