GARMISCH-PARTENKIRCHEN – C’è qualcosa di magico nella squadra maschile di discesa libera di Coppa del Mondo in questa stagione che già oggi, sabato 23 febbraio, può essere considerata la migliore della storia italiana in questa disciplina, dall’anno di grazia 1966-’67, cioè da quando il francese Serge Lang si inventò la manifestazione “a tappe” più famosa dello sci alpino.

Lasciamo stare per un istante i Mondiali di Schladming 2o13, appena conclusi, dove comunque dai velocisti è arrivata una medaglia d’argento, in libera, di grande valore, firmata Dominik Paris, a conferma dello status raggiunto con i successi stagionali a Bormio e Kitzbuehel; nonostante qualcuno abbia storto il naso perché, dopo tante vittorie in Coppa del Mondo, si chiedeva ai nostri ragazzi “solo” l’oro (come se fosse facile vincere in una disciplina complicata come lo sci alpino). No, lasciate stare tutto questo: a noi, da sempre, piace valutare l’andamento di una squadra, di un atleta, nell’arco dell’intera annata, perché così impone lo sci e perché la storia ci dice che i vincitori della Coppa di specialità (o generale) son tutti i campioni, mentre lo sono molto meno alcuni carneadi bravi a trovare la giornata giusta, gli sci giusti, le condizioni giuste solo nelle grandi manifestazioni, per una gloria che consideriamo effimera.

Ebbene, in 47 anni di Coppa del Mondo, mai l’Italia ha conquistato la “coppetta” di discesa libera, cioè il trofeo che premia chi ha fatto più punti, nella specialità, nell’arco dell’intera stagione. Un trofeo, credeteci, che per il valore tecnico conta probabilmente di più di un oro mondiale o olimpico. Il più forte, senza discussioni, alza quella coppa. Almeno nel singolo anno.

Ci sono andati vicini molte volte, i nostri campioni del presente e del passato, senza mai afferrarla, quella piccola sfera di cristallo, quasi fosse una maledizione: Marcello Varallo, colui che ha portato la Coppa in Alta Badia negli anni ’80,si classificò terza nella stagione 1972-73; Herbert Plank, grande discesista della “Valanga Azzurra”, bronzo olimpico a Innsbruck ’76, 5 volte primo in discesa in coppa, arrivò secondo proprio in quell’annata 1975-’76 e molte volte terzo; Michael “Much” Mair, 3 vittorie in Coppa, fu secondo dietro Zurbriggen nel 1987-’88; Kristian Ghedina, il più grande velocista italiano di sempre, è stato a un passo dal compiera limpresa, secondo nel 1995 e 1997, sempre dietro il suo amico francese Luc Alphand (nel primo caso per 11 punti…) e ancora secondo nel 1999-2000, alle spalle di Hermann Maier.

Ecco, nella giornata odierna, che celebra la quinta vittoria di un azzurro su sette discese disputate (un’impresa mai verificatasi in precedenza e che meriterebbe molto più spazio di quello che avrà, per il valore tecnico in sé), ci piace anche solo pensare che questa maledizione si possa spezzare. Oggi Christof Innerhofer (nella foto Pentaphoto), campione “vero” di Gais, ha trionfato a Garmisch, sulla Kandahar 1, la pista magica su cui vinse l’oro in superG e il bronzo in discesa ai Mondiali del 2011, e in questa stagione si era già imposto a Beaver Creek e Wengen, su piste diverse, tutte molto tecniche, con nevi diverse. Paris si è imposto su tracciati leggendari, a Bormio e Kitzbuehel (secondo azzurro a riuscirci dopo Kristian Ghedina, nel 1998).

Eppure, se guardate la classifica di specialità, al comando ci troverete sì un campionissimo, il norvegese Aksel Lund Svindal, con 359 punti, ma non un azzurro: Innerhofer è secondo a 349, Paris è terzo a 344. Se avete in mente come ha sciato oggi Christof nel tratto centrale, quello più tecnico, della Kandahar 1, e quanto fece Dominik Paris sulla traversa finale della “Streif, beh non potete non pensare, come noi, che mai come quest’anno gli azzurri meritino di portarsi a casa quella benedetta Coppa di specialità in discesa libera, inseguita dagli albori della manifestazione.

Mancano ancora due discese al termine dell’annata, quelle di Kvitfjell e Lenzerheide: sarà una lotta bellissima tra cinque atleti, in lizza ci sono anche gli austriaci Kroell e Reichelt: avrà finalmente anche un pizzico di fortuna, l’Italia, per spezzare l’incantesimo?