Secondo Mauro Valeri, responsabile dell’Osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio (Orac), e autore del saggio “Che razza di tifo”, tra il 2000/01 e il 2012/2013, nei campionati professionistici italiani, si sono verificati 683 episodi di discriminazione razziale (e meno male che all’epoca ancora non si considerava quella territoriale), riguardanti dalle 21 alle 32 tifoserie diverse per ciascuna stagione. Il totale delle ammende comminate è stato di 3,8 milioni di euro, circa 5500 euro per ogni singolo episodio, con l’aggiunta di 4 partite a porte chiuse e ben una giornata di squalifica. Sanzioni che sembrano in leggera controtendenza con quanto appena avvenuto in America, dove l’NBA ha appena condannato Donald Sterling, il boss dei Clippers, alla radiazione a vita da ogni attività e ufficio connesso alla Lega e a 2,5 milioni di dollari di multa, costringendolo di fatto alla cessione della franchigia. 

D’accordo, storie diverse, diversissime. Da un lato abbiamo una galassia di microeventi legati spesso più all’ottundimento che dà l’agire come parte di una folla anonima che al razzismo vero e proprio; dall’altro, una sconvolgente professione di oscurantismo culturale da parte di un uomo ricco, istruito e inserito a pieno titolo nell’establishment. E non bisogna dimenticare la tendenza al moralismo di massa propria degli Stati Uniti, né il fatto che l’intervento di Barack Obama e la fuga degli sponsor avessero di fatto messo con le spalle al muro l’NBA. Eppure, proprio il fatto che le parole di Sterling gli siano state strappate con l’inganno (è stata chiaramente una trappola da parte dell’ex fidanzata) e diffuse in modo palesemente illegale, dà ancora più forza al messaggio che il commissioner Adam Silver ha voluto mandare all’America: in tema di razzismo non c’è più alcuno spazio di negoziazione, di compromesso. Non ci sono attenuanti, non c’è perdono. L’immagine dell’NBA non può essere in alcun modo macchiata da una tale infamia, agli occhi del pubblico quanto dei ricchi investitori.

Tolleranza zero, certo, ma niente giacobinismo e soprattutto niente facili vie di fughe per i moralisti. Questo, in sostanza, il pensiero di Kareem Abdul-Jabbar, che dall’alto dei suoi 6 anelli NBA si è scagliato non solo contro Sterling ma anche e soprattutto contro i benpensanti, i finger-waggers e gli head-shakers (quelli che puntano il dito e scuotono la testa). Kareem è chiaro:

Ciò che mi infastidisce non è semplicemente il razzismo di Sterling. Ciò che mi infastidisce è che tutti si comportano come se fosse una sorpresa. Ma Sterling è sempre stato razzista, sono fatti pubblici. Inoltre, non dovremmo essere indignati che una sua conversazione privata è stata registrata e diffusa dai media? E’ una cosa talmente squallida che mi fa sentire complice del crimine. Non abbiamo rubato noi la torta, ma siamo tutti lì ad abbuffarci“.

Ciò che teme l’ex centro dei Lakers è proprio l’effetto-capro espiatorio:

Che sia chiaro: è Donald Sterling il cattivo di questa storia. Ma lui è solo la serva di un male più grande. Non dobbiamo dimenticarci che il vero nemico è il razzismo. Sterling è solo un altro sfigato con più soldi che cervello. Se dobbiamo sentirci offesi, sentiamoci offesi perché non ci siamo offesi in precedenza, quando era già emerso il suo razzismo. (…) La grande domanda è: cosa succede adesso? Io spero che Sterling sia costretto a cedere i Clippers e che chiunque abbia registrato e diffuso questo nastro illegale sia spedito in prigione. (…). Ricordiamoci dell’antico detto: la vigilanza eterna è il prezzo della libertà. Invece di essere contenti della punizione di Sterling, dovremmo essere spronati a cercare, evidenziare ed eliminare il razzismo al suo primo cenno di vita

Il gancio-cielo dialettico di Kareem è infallibile come quello in campo. La scure che è calata sulla capoccia vuota di Donald Sterling è rivoluzionaria e legittima, oltre che conveniente, e dovrebbe essere esportata anche da questa parte dell’Atlantico. Ma senza dimenticare il quadro d’insieme e senza dimenticare che una sola testa imparruccata che rotola non corrisponde affatto alla fine vittoriosa della rivoluzione.