Non saranno certo le scuse e la genuinità delle parole di Walter Zenga e Massimo Ferrero a salvare la Sampdoria dall’eurofiguraccia della disfatta casalinga per 4-0 contro la modesta formazione del Vojvodina nel turno preliminare di Europa League, benché pregna di incroci che molto hanno a che fare con la storia e la gloria blucerchiata, da Vujadin Boskov a Sinisa Mihajlovic, però loro la faccia, come si suol dire, ce la vogliono mettere.

E ce l’hanno messa, poiché a fine partita sia l’ex portierone nerazzurro che il presidentissimo sampdoriano sono andati a scusarsi pubblicamente sotto una curva inferocita dopo siffatto scempio calcistico. Gli errori del tecnico sono stati tanti e grossolani e anche se l’ex “uomo ragno” non è, per l’appunto, più un supereroe, grandi poteri d’allenatore implicano grandi responsabilità e da questo punto di vista Zenga ne ha davvero tante e forse, visto l’incipit, c’è già aria di una preoccupante frattura col tifo doriano. Ultimo appunto: gesto nobile quello del neo-allenatore della Samp di dirigersi subito dai suoi tifosi, e coraggioso. Avrebbe potuto magari compierlo da solo non sottoponendo a un massacro d’insulti tutta la squadra.

Parole poche, brevi ma inequivocabili quelle di Zenga sotto la curva: “Io sono qui, è colpa mia, i giocatori non c’entrano. Resto qua, non vado da nessuna parte“. Sostenute da Ferrero che gli è subito andato incontro dandogli il cambio nel dialogo con i propri tifosi. Ma la contestazione non si placa. E non si placherà.

Per ora è tregua, con il presidente che non ha nessuna intenzione di cambiare le carte in tavola con giocatori e staff tecnico. Ogni decisione è rimandata a dopo Novi Sad dove più che un’impresa servirà un miracolo: “Aspettiamo. C’è un progetto, un percorso da seguire, abbiamo giocato solo una partita. Non trovo una giustificazione a quello che è accaduto, ma chissà che Boskov ci faccia un miracolo…” ha sentenziato Ferrero in un vertice a tre con il ds Osti e il legale della società Romei, presente in tribuna, dopo la fine della partita.