Se l’idea di un Inzaghi esonerato a sei mesi dalla sua incoronazione, dopo essere stato abbandonato a se stesso dalla società, non vi era sembrata abbastanza folle, ecco che il Milan è pronto ad accontentarvi: secondo le ultime indiscrezioni, se Pippo dovesse malamente fallire le due sfide di campionato e Coppa Italia contro la Lazio, verrebbe silurato e al suo posto finirebbe l’eterno secondo Mauro Tassotti, coadiuvato nientemeno che da Arrigo Sacchi.

L’ipotesi di un Sacchi-ter è di quelle in grado di far morire dentro anche il più ottimista dei tifosi. L’artefice del più grande Milan di sempre è relegato dietro una scrivania ormai da una quindicina d’anni e non c’è modo di guardare all’eventualità se non come a una scriteriata operazione-nostalgia da parte di una dirigenza senescente, ancorata a un passato che, come tutti i passati, non può essere resuscitato come uno zombie. E Tassotti: be’, se non ha mai voluto farsi carico di una panchina, e in passato di offerte ne aveva ricevute (Parma), forse è lui per primo a non sentirsi allenatore.

Vuoi per immaturità, vuoi per incapacità, Inzaghi si sta dimostrando non all’altezza del compito assegnatogli, questo è ormai palese. Ma non ci si può dimenticare che il compito assegnatogli – riportare il Milan in Champions League con una squadra priva di campioni, priva di senatori e assemblata in modo incoerente – sarebbe stato quasi irraggiungibile anche se in panchina ci fosse stato un ibrido di Guardiola, Mourinho e il moltiplicatore di pani e pesci.

Il Milan continua a nascondere a se stesso l’evidenza che lo sta affossando. Per costruire squadre competitive in assenza di grossi capitali servono i tre seguenti fattori: un allenatore che sappia allenare, investimenti mirati e osservatori in grado di indicarti i migliori talenti ancora nel sottobosco. In mancanza di uno di questi tre elementi la faccenda si fa dura. Figuriamoci quando mancano tutti.

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