Nell’immaginario collettivo di chi è a corto di questo sport, il rugby è quel gioco in cui una trentina di energumeni si menano allegramente dietro a una palla ovale, per poi far festa tutti insieme a fine partita a colpi di stinchi di porco e boccali di cervogia, e all’insegna di quella virile lealtà tipicamente nordica. Effettivamente le cose stanno pressappoco così, se non fosse che a volte si esagera: con le botte, certo, ma anche con la birra. Prima del test match di sabato scorso contro l’Irlanda, infatti, quindici giocatori della nazionale australiana si sono lasciati un po’ andare per le strade di Dublino, incorrendo nell’ira funesta del cittì McKenzie.

Secondo quanto riporta il “Sydney Morning Herald”, la quasi totalità dei Wallabies ha trascorso la notte tra martedì e mercoledì scorsi a trincare come un manipolo di cosacchi. “Non abbiamo ricevuto segnalazioni di incidenti o fatti gravi contro la legge commessi dai nostri giocatori“, ha specificato McKenzie – e ci mancherebbe altro, ndr – il quale tuttavia ha voluto riservare una punizione esemplare ai propri goliardici giocatori: sei di questi (Cummins, Ashley-Cooper, Polota-Nau, Robinson e Gill) saranno esclusi dal match di sabato contro la Scozia, mentre altri nove hanno ricevuto un richiamo ufficiale. Una brutta figura per l’Australia, che recentemente aveva piallato gli azzurri a Torino. Certo, andrebbe spiegato come mai le punizioni non sono scattate già nel match contro l’Irlanda; e, soprattutto, andrebbe spiegato cosa diavolo ci si aspetta da quindici rugbisti in libera uscita nella patria della Guinness. Ecco, forse il problema è tutto qui: era Guinness e non Heineken.

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