Con due reti splendide, anche se per motivi diversi, a firma Pjanic e Gervinho, la Roma batte il Milan nell’anticipo del venerdì sera, e lo fa in totale surplace, con le mani dietro la testa, come un ciclista che vede il traguardo e tuttavia non ha fretta di tagliarlo. Successo meritato, il nono consecutivo per i giallorossi, che si tolgono l’ennesimo sfizio di un campionato di livello assoluto e che solo la presenza di una ancor più grande Juventus ha impedito di trasformare in marcia trionfale. In ogni caso, i punti di distacco dai bianconeri ora sono 5: hai visto mai. Si complica, invece, la rincorsa del Milan a un posticino nella seconda classe europea, e non per demeriti particolari (se non quelli del solito inesistente Balotelli negli scontri d’alta quota), ma per quello che è il legittimo ordine delle cose in questa tragica annata 2013-2014. Ubi maior, minor cessat, si diceva da queste parti un po’ di tempo fa. E così sia.

La commozione di tutto lo stadio per la scomparsa di Tito Vilanova contrasta con la furia con cui viene accolto di Balotelli, subissato di fischi e insulti a ogni movimento di sopracciglio per antiche storie tese, e quest’ultima contrasta con l’atteggiamento torpido di entrambe le squadre per i primi 20’. La Roma ci ha abituato a ben altre partite, eppure passeggia svogliata per il campo, come se non avesse più particolari stimoli, ed effettivamente è così; il Milan, dal canto suo, non ci ha abituati proprio a nulla, e nemmeno la speranziella di acciuffare un posto nell’Europa che non conta sembra poterlo distoglierlo dalla sua quiete. Di fatto, tutta la prima frazione è condensata in un nome e cognome: Miralem Pjanic. Il folletto bosniaco inventa la prima palla-gol del match, giocando in pick & roll con Ljajic e liberandolo per una conclusione a botta sicura, rimpallata in corner da una scivolata in extremis di Rami (25’). Quindi, dopo un altro quarto d’ora di poco o nulla, decide di mettersi in proprio, affrescando il gol del vantaggio: saltato Muntari, mandato fuori tempo Montolivo, tunnel a Rami e piatto destro a incrociare che Abbiati tocca soltanto. Applausi per il formidabile 15 giallorosso, scrollata di testa per il posizionamento della linea difensiva rossonera. A proposito: e gli attaccanti, invece? Mai visti dalle parti di De Sanctis, se non con due strani contropiedi innescati da Dodò e De Rossi e mal conclusi da Kakà e Balotelli.

La ripresa dura poco. Giusto il tempo perché questo Milanicchio si guadagni l’onore delle armi, alzando pressing e baricentro e creando due buone occasioni per il pareggio con Montolivo e Taarabt. Poi la Roma decide che è ora di chiuderla e lo fa con Gervinho al 20’: il gol non è nulla di che, una deviazione da tre metri dopo respinta di Abbiati, ma l’azione che porta Totti al tiro è un magnifico esempio di come si gioca di squadra. Un’epifania individuale, quella di Pjanic, un saggio di gioco corale: ecco la Roma di Rudi Garcia. Il match si chiude qui, anche perché se il Milan si aspetta qualcosa da Balotelli può star fresco, dato che Mario è in una di quelle sere in cui sembra convinto che giocando oscenamente faccia dispetto ai tifosi avversari che lo beccano. La squadra di Seedorf ci prova ancora nel finale con Taarabt, tra i pochi a salvarsi, e Pazzini, subentrato a Balotelli, ma senza fortuna. Vince la Roma, che almeno si toglie lo sfizio di tenere sulla corda la Juventus fino alla fine. Al Milan non resta che prepararsi a un derby che assomiglia tanto all’ultimo grado di giudizio: per i giocatori, per Seedorf e per chi ce lo ha messo.