Poteva andare peggio, diceva Igor al Dottor Frankenstein, poteva piovere. E in effetti all’Olimpico ha piovuto eccome, a tal punto da costringere gli spettatori delle prime file a rifugiarsi ai piani alti, ma la citazione resta valida, poteva comunque andare peggio. Non dal punto di vista dello spettacolo, visto che questa edizione di Roma-Milan verrà ricordata come una delle più misere degli ultimi anni, ma per le conseguenze del risultato, ovvero per ciò che avrebbe potuto accadere ai due timonieri, Rudi Garcia e Sinisa Mihajlovic, uniti da un destino appeso a un filo di lana. E invece, il pareggino che è saltato fuori da questa caotica imitazione del gioco del calcio, frutto della zampata del peraltro inguardabile Rudiger e del testone salvifico di Kucka, rischia di risparmiare la pellaccia a entrambi. E chissà se questo non sia davvero il peggio che possa capitare a entrambe le squadre.

Per come è iniziata la gara, sorprende che non si stia a parlare di una tonnara, in cui il rais è giallorosso e il pesciolone rossonero. Tanto per dire: alla Roma ci sono voluti 15 secondi per costringere Gigio Donnarumma al primo miracolo, meno di 5 minuti per passare in vantaggio con il sinistro sghembo di Rudiger su punizione di Pjanic (e dormita collettiva della difesa milanista), 7 minuti per sfiorare il raddoppio con il bosniaco e un’altra decina per centrare una traversa ancora col difensore tedesco (straordinario Donnarumma a smanacciare sul montante). In tutto questo, il Milan ha dato l’impressione di una squadra pronta a consegnarsi al nemico senza nemmeno far finta di combattere, come se il destino del suo allenatore non la riguardasse, o come se si volesse vogare in direzione ostinata e contraria. Una squadra più in salute della Roma avrebbe spacciato il Diavoletto bagnato in una ventina di minuti, ma quella di Garcia non è una squadra in salute, né atleticamente né mentalmente.

E’ accaduto che il Milan sia tornato dentro il match senza quasi accorgersene, soltanto per il fatto che l’avversario si è lentamente rattrappito su se stesso, come in preda a una crisi di panico. E il panico è alla fine arrivato veramente, con il gol a inizio ripresa di Juraj Kucka – colpo di testa sul secondo palo su bel cross di un Honda stranamente in palla. I ruoli si sono improvvisamente ribaltati: il Milan ha preso a stringere d’assedio la porta di Szczesny, la Roma si è squagliata nell’acido della propria angoscia. Preso per mano dal redivivo Boateng, al suo secondo esordio in Serie A dopo l’addio dell’agosto 2013, il Diavolo ha sfiorato a più riprese il ribaltone, divorandosi un gol pazzesco con lo slovacco, prendendo una traversa con Bacca, sciupando numerose ripartenze nelle praterie abbandonate della metacampo giallorossa. Ma vale il discorso fatto in precedenza: una squadra sana avrebbe fatto a fette questa Roma psicotica, e il Milan è tutto fuorché sano. Più voglioso, se non altro, ma non sano. Garcia ha provato a rispondere a Mihajlovic – nel frattempo espulso da un mediocre Orsato per un calcio a una bottiglietta dopo un gol sbagliato – buttando in campo Francesco Totti, nella speranza che il nome della gloria capitolina potesse risvegliare i suoi dalla catatonia, o magari il pubblico. Ma i tre mesi di attività si sentono, soprattutto se vai per i 40 e anche se ti chiami Totti. L’ultimo quarto d’ora è scivolato via come un brutto sogno. Rudi e Sinisa sono ancora vivi, per ora. Meglio due feriti che un morto, diceva Buffon, ma questi feriti in particolare non emettono un odore rassicurante.