L’esperienza mistica di passeggiare per una giornata intera all’interno del Roland Garros offre la possibilità di gustare un microcosmo talmente variegato e ampio che sembra di stare in una piccola metropoli multietnica. Una Torre di Babele nella quale poter trovare il francese, il tedesco, l’italiano e molto di più, tutti uniti nell’unico, grande intento, di divertirsi e sostenere il proprio connazionale o proprio idolo.

Già, perché se è facile andare sul campo centrale e vedere asiatici, europei, americani e africani tutti pronti e caldi ad acclamare l’idolo di turno, si chiami esso Rafael Nadal, Novak Djokovic o Pinco Pallo, è molto più difficile trovarsi in una situazione di assoluto caos quando ti rechi su uno dei campi laterali, con meno tribune certo ma con un ardore agonistico impareggiabile.

E così, mentre sul Centrale Novak Djokovic dava la sua lezione di stile e tennis all’ormai ex bimbo prodigio Nieminem, noi ci siamo trasferiti sul campo numero sei, dove una giovane cinese, tale Wang, sta combattendo contro un’italiana che dalle parti di Parigi ci ha lasciato cuore, anima e anche un solco intramontabile nell’albo d’oro della competizione: Francesca Schiavone.

Tribune piene, almeno 30 minuti d’attesa prima di entrare. E’ solo il primo turno ma pare che la Leonessa d’Italia si stia giocando di nuovo la finale; di fronte non c’è Samantha Stosur ma questo poco importa. In palio, per ora, solo pochi punti WTA e la consapevolezza di poter proseguire la propria avventura nel torneo parigino. Obiettivo arrivare alla seconda settimana di gare? Forse, o forse no.

Perché la grinta che mette in campo Francesca Schiavone (classe 1980, non ce ne voglia se lo scriviamo…) è qualcosa di incredibile. Ma ancora più incredibile è il seguito sulle tribune, dove gli “Ale Francescà” (rigorosamente con la A accentata…) viaggiano come michette appena sfornate sul banco di un panificio.

Poco tempo, troppa voglia di vedere se l’italiano piace davvero ancora così tanto: ci spostiamo sul campo numero 5, dove il milanese Andrea Arnaboldi prima sembra spacciato, poi batte l’australiano Duckworth dopo oltre quattro ore di gara: 4-6, 6-7, 7-6, 7-6, 6-0. Anche qui, leitmotiv che non cambia: il meneghino tiene alto l’onore italiano e viene continuamente incitato, come fosse un Roger Federer o un Andy Murray prossimo alle finali. Lui, reduce da una maratona già nelle qualificazioni, che passa il turno e ora giocherà contro Cilic. Altra sfida dura, ma se la giocherà: a 28 anni ha raggiunto la sua maturità agonistica, il bello dello sport che non ha mai fine.

Perché una cosa è certa: gli italiani, in Francia, hanno ancora il loro fascino. Speriamo che si possa iscrivere un altro nome dei “nostri” nell’albo d’oro della manifestazione, ma per ora va bene così: ci piace pensare che in un tempio sacro come il Roland Garros l’Italia c’è, piace, vince e convince. La storia è già stata scritta con Adriano Panatta e Francesca Schiavone, ma la voglia di continuare è davvero tanta.