Quando piove, diluvia. Uno degli assiomi fondamentali della legge di Murphy sembra adattarsi alla perfezione alla vicenda umana di Adriano Galliani (foto by InfoPhoto), il quale, in attesa di fare il salto della quaglia nella nuova Forza Italia (almeno non lo si accuserà di essere in politica per questioni estetiche), sta assistendo inerme alla disgregazione del mondo come l’aveva sempre conosciuto. Dopo la poltrona (il suo futuro in rossonero non andrà oltre la prossima primavera) e la scrivania (il trasferimento dalla vecchia, cara via Turati alla moderna Casa Milan), gli hanno tolto pure il ristorante. O quasi. Come riporta l’edizione odierna del Corriere della Sera, infatti, il suo adorato Giannino è appena finito in pegno a una banca, manco fosse un cammeo appartenuto alla tua bisnonna di cui ti disfi per pagare lo strozzino.

Il Ristorante Giannino, aperto nel 1899 da Giannino Bindi e divenuto nel corso dei decenni il punto di ritrovo privilegiato dell’alta borghesia milanese e dei suoi ospiti più illustri, grazie anche alla presenza di chef di fama mondiale come Davide Oldani, si trova infatti in cattive acque, nonostante la pubblicità gratuita derivante dal fatto che Galliani l’ha eletto nel corso degli anni come sede staccata del Milan. Qui si sono consumati banchetti celebrativi di mille vittorie, incontri ufficiali con le più alte cariche istituzionali del pianeta pallonaro, vertici di mercato, rinnovi di contratto, incontri segreti con procuratori di questo o quel calciatore. Insomma, una via di mezzo tra una sala riunioni e il boudoir di Madame de Saint-Ange.

Solo una settimana fa, avevamo chiuso così un nostro articolo circa l’addio forzato a via Turati e l’inaugurazione di Casa Milan: “Speriamo che a Galliani non tolgano anche Giannino”. Per nostra fortuna, al momento Giannino non chiude. Considerato che, in un’ipotetica graduatoria della superstizione, l’uomo dalla gialla cravatta si colloca tra il Duca Conte Semenzara e Nerone, ci conviene sperare che per lui un piatto di minestra ci sia sempre.