Vent’anni dopo le imprese di Bellutti, Collinelli e Martinello, l’Italia del ciclismo su pista torna sul gradino più altro del podio. Lo fa con Elia Viviani nell’Omnium, prova multipla composta da sei specialità e chiusa con la corsa a punti. Dopo la beffa di Londra 2012 (da primo a sesto proprio nell’ultima gara) l’azzurro mostra finalmente tutto il suo valore. Con una prova sontuosa, in tutte le specialità, ma soprattutto nell’ultima, dove ha controllato i rivali principali con potenza, intelligenza, tattica e soprattutto testa in tutti i 160 giri previsti. E l’Italia sale clamorosamente al quinto posto nel medagliere con otto ori.

GARA

Il Viviani di quattro anni fa non era così maturo, deciso, convinto. Stavolta nulla è stato lasciato al caso, dalla preparazione specifica, al lavoro sulle bici, al miglioramento nella prove più difficili per lui (il giro lanciato per esempio o inseguimento, dove si è superato). Oro, davanti al rivale Mark Cavendish, che gli aveva soffiato il titolo mondiale con una volata beffa cinque mesi fa a Londra, e al campione uscente Lasse Norman Hansen, in grado di conquistare subito un giro di vantaggio e rimescolare un po’ le carte. E poi le lacrime, l’abbraccio a mamma Elena e a papà Renato in tribuna, il tricolore da sventolare al mondo. Elia è stato più forte anche di una caduta che avrebbe potuto rovinare tutto, quando a 108 giri dalla conclusione della corsa a punti decisiva Park Sanghoon si è urtato con Cavendish e l’azzurro non ha potuto evitare di rovinare addosso alla bici del sudcoreano: ammaccato, Viviani si è rialzato prontamente ed è tornato in corsa e, grazie alla neutralizzazione, è rimasto in testa alla gara che già conduceva con buon margine. Pronto per dare di nuovo battaglia e andare a prendersi questa benedetta medaglia. Vittoria anche con il brivido, insomma.

TAPPE

Due giornate perfette, iniziate peraltro in salita, perché quel settimo posto nello scratch d’apertura vinto dal danese, guarda caso alle spalle di tutti e sei i rivali che egli stesso aveva indicato come i più pericolosi nella corsa al podio, non era certo il miglior viatico per cominciare il viaggio verso l’oro. Ma l’omnium si costruisce anche con la pazienza, senza farsi prendere dal panico per un piazzamento inferiore alle attese. Ed Elia proprio lì, con quel settimo posto, ha confezionato la sua vittoria. La parola d’ordine era “step by step”, “passo dopo passo”. A fugare ogni dubbio sulle sue chance ci ha pensato già la seconda gara, l’inseguimento, nella quale il veronese – il trascinatore della pista azzurra in questa rinascita che ha catapultato anche il quartetto in una nuova dimensione – ha piazzato un fantastico 4’17″453, il suo miglior tempo di sempre, con un progresso di quasi 3″, finendo terzo dietro ad Hansen e a Cavendish. Poi il consueto capolavoro nell‘eliminazione, la prova in assoluto a lui più congeniale, quella in cui non finisce mai oltre il terzo posto e che qui lo ha visto vincitore davanti al francese Boudat e al colombiano Gaviria, l’oro degli ultimi due Mondiali e dato da molti come il grande favorito. Un successo che ha catapultato il pupillo del c.t. Marco Villa al secondo posto della classifica generale dopo la prima giornata, a 2 sole lunghezze dallo stesso Boudat e 8 meglio di Cavendish. La giornata decisiva si è aperta con il sorpasso, grazie al terzo tempo (personale limato di 3 decimi) nel chilometro, quella che un tempo era il tallone d’Achille del veronese e che ai Giochi di Londra – quando ancora era la prova conclusiva dell’omnium – gli costò la beffa del k.o. Stavolta, invece, è diventata la gara decisiva a proprio favore, con tanto di balzo al comando della classifica, con 14 punti su Boudat e 16 su Cavendish, prima dell’ulteriore allungo di 2 lunghezze sullo stesso Cavendish al termine della quinta prova, giro lanciato, chiuso con il secondo posto e un altro primato personale (12″660). Pazzesca la lotta nella corsa a punti: Elia sempre in testa, ma braccato da Cavendish, poi da Gaviria e da Hansen capaci di prendere i 20 punti del giro di vantaggio, con Boudat pronto a fare la mina vagante. Punto a punto, coronarie al massimo, poi alla volata numero 14 i 5 punti della medaglia pressoché sicura, e dieci giri dopo un altro sprint vinto a mettere le mani sull’oro. Perché a quel punto solo una caduta  o il giro preso da Cavendish o Hansen, ormai esausti, avrebbero potuto negargli la gioia. Impossibile perché oggi era lui il più forte.

Indimenticabile.