Sessanta secondi di abbraccio, vero, commovente, tra l’applauso del pubblico tutto in piedi, come Pennetta-Vinci a Flushing Meadows 2015. Poi l’inchino, il ringraziamento, il saluto, come l’arte della scherma, ma anche la gentilezza d’animo, impongono. Tra due atlete russe, una vincente e una ovviamente perdente, almeno in pedana, che si riconciliano anche con il pubblico brasiliano dopo i fischi assordanti alla Efimova, in piscina. Signori, in alto i cuori. Perché la foto delle Olimpiadi è stata appena scattata alla Carioca Arena numero 3, quella della scherma, tra Yana Egorian e Sofiya Velikaya. Sì, mi perdonerete. Non sto parlando di una medaglia italiana. Ma dell’evento tecnicamente più bello a cui ho assistito finora qui a Rio e soprattutto del prologo successivo. Uno spot per lo sport. Mi riferisco alla finale di sciabola femminile individuale, tra due autentiche signore, amiche e campionesse di uno sport che resta una nobile arte, come la boxe.

ULTIMO ATTO

Una medaglia italiana olimpica vissuta dal vivo è qualcosa che ti entra dentro e non ti lascia più. Non ci sono dubbi. Dal punto di vista emotivo, non ha paragone. Ma lo sport non è solo Italia e oggi chi ha assistito all’ultimo atto di questa disciplina meravigliosa, nell’arma introdotta per ultima a livello femminile (primo Mondiale nel 1998) non ha potuto non commuoversi. Abbiamo fatto una corsa pazzesca da Deodoro, distante quaranta minuti di autobus dal Parco Olimpico, dopo l’oro di Campriani e l’argento del grande Pellielo, a Barra da Tijuca. Questo evento era segnato con il circoletto rosso per il sottoscritto, appassionato e telecronista di scherma, come avrebbe detto Rino Tommasi. Magari in pochi lo sanno, ma la sciabola femminile sta esprimendo da almeno un lustro talenti (per ora stranieri) di livello unico. Da Velikaya a Kharlan, da Zagunis alla grande protagonista della stagione, Yana Egorian, due vittorie e tre finali in Coppa del Mondo. Chi ama la scherma sapeva bene che lunedì 8 agosto sarebbe probabilmente andato in scena un ultimo atto da tramandare ai posteri, tra l’ucraina Kharlan, il fenomeno precoce, il Phelps della sciabola femminile, un talento purissimo, due volte iridata, e Sofyia Velikaya, la mamma che ha vinto tutto e più volte tranne l’oro olimpico. Come Kharlan, del resto. E sarà così ancora per quattro anni. Erano attese alla finale da mesi, del resto dominano la scena da tanto tempo. Ore 17.45. Sulla pedana principale. Lì era fissato l’appuntamento con la storia. E invece no. E invece è successo che dopo aver visto solo carabine e fucili in collina, arriviamo a Barra al palazzetto trafelati per scoprire che una, Olga, era stata annientata in semifinale da Egorian, e l’altra, Velikaya, all’ultimo atto ci era arrivata sì, ma usufruendo forse di un grande aiuto arbitrale in semifinale, per avere ragione del talento emergente Brunet, la francesina dal viso dolce che arriverà nel prossimo quadriennio.

LO SPORT HA VINTO

Poco importa. Egorian-Velikaya è una finale degnissima per la sciabola femminile. Come ripetuto mille volte anche in telecronaca su Eurosport, quando di mezzo non c’è l’Italia, ci auguriamo sempre di vedere un assalto che arrivi al 14-14, il massimo possibile nella scherma prima della stoccata finale, per godere di una prova equilibrata, unica, decisa poi da una sola “botta”. Tutto in un brivido. E così è andata, dopo le tre parate e risposte sensazionali di Yana, dopo la consueta misura tenuta in modo maestoso dalla straordinaria Velikaya. Uno spettacolo da stropicciarsi gli occhi. Sul 14-14, Egorian ha bruciato la sua “capitana” per il 15-14 decisivo, vestendosi d’oro quattro anni dopo la coreana Kim e lasciando ancora “al palo” sia Velikaya, d’argento pure a Londra, che Kharlan, poi bronzo, esattamente come quattro anni fa. Il pronostico che salta. Il bello dello sport. Le due dominatrici assolute dell’ultimo quadriennio nella disciplina che ancora non hanno conquistato l’oro olimpico individuale. Incredibile. Ma dopo il pianto, dopo la gioia, dopo la consapevolezza, ecco lo sport che vince: pubblico in piedi, un minuto abbondante di abbraccio tra le due compagne russe, l’inchino in quattro quarti al pubblico come faceva André Agassi, da parte di entrambe, tenendosi per mano, nord-sud-ovest-est. Bellissimo e commovente. La giornata di domenica 7 agosto non ha paragone per le emozioni azzurre vissute, ma dal punto di viste tecnico questa finale rimane per ora l’evento più bello cui abbiamo assistito qui a Rio. Egorian ha vinto, Velikaya pur avendo perso, ha vinto, anche lei. E’ valsa la pena correre qui da Deodoro. L’abbraccio tra Yana e Sofiya rimane per ora la cartolina più bella, sportivamente, della trentunesima edizione dei Giochi Olimpici. Non c’è solo l’Italia. C’è anche lo sport.

Grazie.