Per Alex Schwazer le Olimpiadi di Rio 2016 sono sempre più un miraggio. Ieri, il Tribunale nazionale antidoping, lo stesso che nell’aprile 2013 lo aveva squalificato per 3 anni e mezzo in seguito alla sua positività all’Epo, si è dichiarato incompetente ad accogliere il ricorso presentato dal marciatore, che intendeva far cadere la sospensione comminatagli dalla Iaaf l’8 luglio scorso. “Il provvedimento di sospensione cautelare”, si legge nel comunicato del Tna, “può essere impugnato solo se l’atleta dimostra che la violazione è probabile conseguenza dell’assunzione di un prodotto contaminato e solo dinanzi alla Iaaf o al Tas di Losanna“.

A questo punto, le carte rimaste da giocare a Schwazer sono poche, e nessuna di questa è un asso di briscola. L’altoatesino potrebbe rivolgersi alla giustizia ordinaria, ma soltanto per il giudizio di merito e l’iter dovrebbe concludersi entro il termine di due mesi; oppure potrebbe appellarsi alla Iaaf o al Tas di Losanna. Ma il vero problema è il tempo: entro il 18 luglio il Comitato Olimpico ha imposto a tutte le Federazioni di consegnare la lista degli atleti partecipanti ai Giochi, e il fatto che Iaaf e Tas possano esprimersi entro cinque giorni sembra una speranza al limite dell’irrazionale. Soprattutto se consideriamo che giusto ieri i giudici del Tribunale arbitrale dello sport hanno rimandato la sentenza sul caso-Sharapova al 19 settembre, nonostante la tennista russa abbia presentato ricorso molto prima del marciatore italiano.

Questa volta non ho fatto nessun errore. Se non mi faranno gareggiare a Rio, posso solo garantire che darò il 100% per chiarire che cosa è accaduto con questa provetta“, ha promesso un amareggiato Schwazer. Ed è difficile dargli torto: sono tante, troppe, le anomalie e le ombre in una vicenda che sin dall’inizio è sembrata molto diversa da un banale caso di atleta pizzicato per la seconda volta all’antidoping.