Pochi metri li separano. Sembrano mamma e figlio. Per entrare nell’impianto più piccolo devi gioco forza transitare da quello più grande. Da ventisei anni ci sentiamo raccontare le emozioni di quella magica notte del 1990, semifinale al Mondiale di pallavolo vinta dall’Italia 3-2 sul Brasile con primo tempo di Lucchetta conclusivo. Pieno di giornalisti italiani, allora, che festeggiarono con gli atleti fino a tarda notte dopo la vittoria in finale su Cuba (3-1). Una vita fa, in tutti i campi. Dove? Al Maracanzinho, naturalmente, con il Maracanà l’oasi felice degli impianti a Rio de Janeiro. Perché calcio e volley sono gli sport più amati dai brasiliani e perché qui gli spalti sono veramente pieni, o quasi.

ATMOSFERA

Oasi felice sì, dentro. Fuori, mica tanto. Il viaggio da Barra da Tijuca al distretto del Maracanà è rivelatore, in questo senso. Perché la zona è attraversata da un numero impressionante di favelas, di dimensioni e povertà diverse. All’interno, invece, è un’altra storia. Il Maracanà è il Maracanà, non ha bisogno di presentazioni anche se contiene la metà degli spettatori di una volta. Ma il suo figlioletto, lì accanto, è un gioiello ribollente di tifo e finalmente ci abbiamo messo piede dentro. Nonostante il caro biglietti, i dirigenti CIO che si spacciano per bagarini (ne parleremo) qui il pubblico non manca. Mai. Ed è competente come pochi, sulla pallavolo. In questo impianto sì che si nota tutta la passione di un popolo, per il volley e per il ritmo. Dalla samba alla disco, passando per gli immarcescibli Ac/Dc (ma per l’Italia è stata approntata una play list particolare, da Ramazzotti a Gianna Nannini passando per Toto Cutugno), è tutto un ballare, cantare, tifare. Un impianto antico eppure moderno, perché qui si gioca tanto, durante l’anno, tra Nazionali e Club. Dai sottopassaggi del Maracanà (all’interno del quale si arriva soprattutto dall’alto, attraverso un ponte magnifico) si passa direttamente alla tribuna del Maracanzinho. Entrarci, oggettivamente, mette i brividi.

GIOIA E DOLORE

Eppure. Eppure tra una danza e un coro, tra uno striscione e un fischio, in due giorni siamo stati testimoni del dramma sportivo di un Paese, che per calcio (soprattutto) e volley, lo sapete bene, impazzisce. Prima il ko della squadra di futbòl femminile, battuta ai rigori dalla Svezia. Poi la tremenda delusione per il volley donne, che vinceva l’oro ininterrottamente da Pechino 2008: Sheilla, Jaqueline (entrambe viste in Italia) e compagne sono stata battute al tie-break dalla Cina, già oro olimpico ad Atene 2004. “Sono senza parole” è l’unica frase che è riuscita a dire a fine partita la capitana Fabiana, mentre sugli spalti del Maracanazinho molti tifosi non sono riusciti a trattenere il pianto per un “dolore immenso”. E sui giornali e sui siti brasiliani è stata pubblicata con grande evidenza una foto dell’allenatore Ze Roberto (oro anche con i maschi, nel 1992, unico a riuscire nell’impresa finora), che, seduto sulla panchina, cercava di consolare il nipote in lacrime. Ora da queste parti ci si aggrappa agli uomini: del calcio e della pallavolo. Sempre loro. Tra Maracanà e Maracanazinho. L’oasi felice. A volte del pianto.