Non ci sono emozioni di serie A e B, sia chiaro. Semplicemente, la gioia è diversa. Mi è capitato, da giornalista, di seguire o commentare le grandi vittorie di Federica Pellegrini, per esempio, ma anche di Settebello (Mondiali) e Setterosa (Europei). Storie diverse, ugualmente belle. Le squadre italiane presenti a Rio (vogliamo metterci anche quelle del beach, pur formate da un tandem) sono poche, ma buone. Come del resto capitato spesso negli ultimi tempi. Speriamo di qualificarne di più a Tokyo 2020, impresa possibile con il ritorno di baseball e softball, dove non siamo messi male. Anzi. E ancora rimane il dispiacere enorme per non veder giocare Belinelli, Gallinari e compagn sul parquet di basket della Carioca Arena 1, in un torneo senza squadre imbattibili, almeno per quanto visto finora. In questo caso ha ragione il presidente Malagò: negli sport di squadra è quasi più difficile qualificarsi che vincere una medaglia. Gli Europei di pallacanestro o volley, per esempio, almeno sulla carta sono più difficili, se ne facciamo una questione puramente tecnica. Certo, poi ci sono le emozioni olimpiche, che sono un’altra storia.

TEAM

Vi abbiamo annoiato tante volte con la storia del “Gruppo”, l’ago della bilancia, ciò che fa la differenza nei tornei a squadre. Non vi annoieremo ancora. Ma abbiamo chiesto al capitano del Setterosa, Tania Di Mario, già oro ad Atene 2004, a 24 anni, presente anche qui in Brasile, sempre da titolare, a 36 primavere, di spiegarci veramente cosa significa poter contare sul tanto reclamizzato gruppo vincente: “Significa giocare per le compagne, mettere da parte le individualità, essere amiche nel limite del possibile anche fuori dall’acqua, creare sintonia, soprattutto aiutarsi il più possibile e limitare al massimo gelosie e invidie. Se anche chi gioca poco quando entra in campo lo fa con questa filosofia, magari può fare una sola cosa utile in tutto il torneo, ma chi l’ha detto che non sia quella decisiva? Un gol, una difesa, un taglio, un blocco. Qualsiasi cosa. Sono stata in diverse Nazionali, ma quelle vincenti erano basate sul gruppo, è così. Ce lo ripetiamo prima di scendere in acqua: solo noi! Continuate a chiedermi cosa posso dare alle mie compagne con la mia esperienza, ma vale lo stesso per loro. Ho la presunzione di pensare che siano diventate così brave le mie compagne, da non aver più bisogno di nessuno consiglio. E infatti non dirò loro cosa si prova a giocare una Finale olimpica. Lo sanno già anche se non l’hanno mai fatto”.

LA SOLITUDINE

Firmato Tania Di Mario, romana trapiantata professionalmente in Sicilia, una che due volte ha detto addio alla Nazionale, dopo l’oro di Atene 2004, e poi è tornata e non sempre si è trovata in sintonia con le compagne. Questa volta sì e non è a caso ha riagguantato una finale olimpica 12 anni dopo, quando non ci credeva più. Conclusa la semifinale con la Russia, l’abbiamo vista da sola, sopra il pozzetto, piangere con le mani sulla faccia per almeno cinque minuti d’orologio. Nessuna è andata a dispurbarla. Eppure è l’unica che aveva già provato queste emozioni. Altre ragazze sono rimaste più fredde nell’esultare. Tania ce lo aveva detto anche sull’aereo che portava a Rio, tra una battuta e l’altra dopo 12 ore interminabili di volo: “Ci crediamo perché siamo unite”. Speriamo di essere riusciti a spiegarvi veramente cosa significa contare su un gruppo…