Il personaggio era già noto, scoperto a Londra 2012. Ingegnere, metodico, prolisso, un fenomeno di concentrazione, un genietto, insomma. Ma oggi Niccolò Campriani, dopo il trionfo nella carabina dieci metri, terza medaglia olimpica per lui, seconda d’oro, è stato un libro aperto sugli ultimi quattro anni della sua vita, sportivamente parlando molto difficili.

DIFFICOLTA’

“Ho fatto veramente tantissima fatica ad adattarmi al nuovo format di finale – ci dice – questa è la prima medaglia d’oro dal 2013 con un regolamento diverso. Ho fatto fatica, davvero, a un certo punto ho anche odiato questo sport. Non mi ritrovato più nelle caratteristiche del vincitore: il punto non è cercare il colpo perfetto, ideale, il nostro sport è altro: è un gestire situazioni veramente difficili. Oggi facevo tanta fatica, per esempio, il timing del colpo ce l’avevo sul… boato degli indiani.Era quello, non potevo farci niente. Quando io stavo per sparare, loro esultavano, sempre. In qualifica perl mi son divertito, mi sono piaciuto, sono anche riuscito a sorridere. In finale invece la tecnica è saltata, la mia punteria era un disastro. Ci ho messo tutto il cuore che avevo. In quelle situazioni lì è un po’ chiodo schiaccia chiodo. La paura è così forte che devi trovare qualcosa di altrettanto pesante cui aggrapparti. Devo tanto a mio papà: negli anni della mia adolescenza andavamo a fare le gare in macchina. Tante ore di silenzio quando la gara andava male, magari, ma almeno erano momenti vissuti con lui. Io poi sono partito per l’America, lui lavorava, e quindi questo sport mi ha aiutato comunque a stare con lui perché in realtà ci sono stato veramente poco. Dopodiché devo ringraziare Petra Zublasing, che mi ha supportato: negli ultimi tre anni non sono stato esattamente la persona più felice del mondo. E poi questo è anche un mondiale costruttori: me la sono costruita da solo, questa carabina….”.