Andiamo a Berlino” è l’urlo di gioia che si sprigiona dai cuori di Allegri e dei giocatori juventini al culmine dei 4 minuti di recupero decretati dall’arbitro svedese Eriksson alla fine di una sfida (inter)stellare, più che “galattica”, è il sottotitolo che nella sua sintesi estrema diviene straordinaria narrazione di un sogno inseguito da lungo tempo, la specificazione di un titolo (Real Madrid-Juvenus 1-1) che da solo non sarebbe sufficiente a raccontarne la magia. History repeating, la storia si ripete – come scrive Pirlo in un tweet a fine gara – e si re-inscrive nel cuore dei tifosi. Giunge sudata, voluta, combattutissima e per questo ancora più esaltante l’ottava finale di Champions League da parte di una Juventus tornata finalmente grande dopo annate infernali e complicate, a 12 anni di distanza dalla sfortunatissima occasione persa col Milan quando nel 2003 a sedere sulla panchina rossonera era proprio quel Carlo Ancelotti, ora eliminato nella doppia semifinale di Torino e Madrid. Corsi e ricorsi della storia infinita del calcio in cui c’è sempre tempo per la nemesi.

Niente paura. La Juventus di Madrid è grande perché gioca un match prima del match dovendosela vedere dapprima con le sue paure. Prima di eliminare il Real Madrid, cancella i suoi fantasmi. Il timore di non essere quella Juventus di qualche decennio fa, rispettata e temuta in tutt’Europa e, soprattutto, la preoccupazione di non poter giungere ad esserlo più legata anche ad un aspetto meramente economico (il fatto di non disporre di capitali lontanamente paragonabili a quelli delle corazzate europee). Le fobie che hanno anche nel periodo palingenetico (l’era Conte) in qualche modo condizionato e offuscato la mente, i timori reverenziali che hanno intimidito le prestazioni, lo strapotere di club con organici più attrezzati (i quarti di finale contro il Bayern Monaco nel 2013), il tremore nel tornare a calcare palcoscenici europei poco e mal frequentati. E, più di tutte, la paura di quel palcoscenico specifico denominato Santiago Bernabeu. La Juventus è stata più forte del Real Madrid perché, in primis, ha sconfitto il più terrifico degli avversari nella notte madrilena: il miedo escénico.

Tattica vs tatticismo. Come col Borussia Dortmund quella della Juventus è stata la vittoria dell’intelligenza, e in questi termini – sperando nell’indulgenza dell’intero popolo bianconero – Allegri assomiglia tantissimo a Mourinho, poiché la qualificazione è stata costruita a Torino. Come col Dortmund la Juve, al di là del risultato, in realtà poggiato su un minimo scarto, ha capito proprio lì che il Real poteva essere battuto, come e dove poteva essere battuto. È da questa consapevolezza che la Juventus ha preso le mosse per sconfiggere il Real e il popolo del Bernabeu. La presenza di un giocatore chiave nella stratosfera di un attacco ben più che formidabile come Benzema e il ritorno di Sergio Ramos al suo ruolo naturale di centrale difensivo (disastroso all’andata) hanno scompaginato un po’ le carte tattiche di Allegri, ma il tecnico livornese a differenza di Mourinho, è intelligente ma non così ossessionato dalla strategia come il portoghese, ben conscio che alla lunga la magniloquenza del suo centrocampo corroborata dal ritorno di Pogba e la sua barriera difensiva avrebbero avuto la meglio sull’offensiva blanca. Tanto più che dopo un’ora di gioco a Benzema sarebbe finita la benzina nelle gambe e l’impalpabilità del Chicharito Hernandez non sarebbe stata neppure lontanamente paragonabile alla pericolosità del francese.

Dura lex dell’ex. La partenza a razzo del Real era stata studiata, calcolata e perciò attesa. Ciò che si conosce si teme di meno quindi la Juventus sapeva di dover aspettare la fase di decompressione della sfuriata madridista. Un Real peraltro obbligato dal centrocampo juventino a bypassare le vie centrali e quindi la costruzione di una manovra degna di questo nome per affidarsi ai corridoi laterali con accurata predilezione per quello di sinistra, presidiato dall’indiavolato Marcelo. Il centrocampo bianconero ha fatto ancora una volta la differenza, rafforzato oltretutto dai frequenti ripiegamenti di Tevez che ha elargito una gran prestazione votata al sacrificio. Quello del Real non ha avuto chance con Kroos come unico centrocampista di ruolo. Il fatto di dover rientrare in fase di copertura da parte di Isco e James Rodriguez ha snaturato le loro qualità depotenziandone la portata offensiva. Vidal, Marchisio e Pogba sono stati i dominatori incontrastati della mediana svolgendo ottimamente a turno l’importante compito di andare a triplicare i movimenti avversari sulle fasce e sulla trequarti. Oltre alle azioni architettate sulle zone esterne del campo, i fenomeni galattici e multimilionari del Real Critiano Ronaldo e Bale sono stati un fattore con le loro micidiali cannonate sparate da fuori area, ma ci ha pensato la contromissilistica piazzata tra i due pali della Juventus denominata Gianluigi Buffon a neutralizzare l’artiglieria nemica. Poi nella fase di possesso i bianconeri hanno esercitato con tutta la tranquillità del mondo la loro supremazia geometrica e di palleggio, inventando spazi, gestendo ritmi e innescando a tempo debito ripartenze fatali e micidiali colpi del ko, come quello dell’1-1 di Morata, l’uomo del destino, l’uomo di Berlino. E adesso quanti fantamilioni sarà disposto a scucire Florentino Perez per esercitare sin da subito il diritto di “recompra”?