La scorsa notte, un incendio doloso ha devastato la sede del Beitar Gerusalemme, squadra di calcio israeliana di cui, purtroppo, ci è toccato già parlare meno di due settimane fa. E, come l’ultima volta, anche in questo caso il nocciolo della questione è il razzismo: non ci sono praticamente dubbi, l’incendio è considerato come un segno di protesta da parte delle frange più estreme della tifoseria del Beitar nei confronti del club stesso – reo di aver ingaggiato due giocatori ceceni di origine musulmana, Gabriel Kadiev e Zaur Zadayev, sfidando la tradizione nazionalista della società.

L’episodio ha scosso profondamente l’opinione pubblica israeliana, dal momento che non si tratta certo del primo caso di violenza di cui si sono resi protagonisti gli ultras del Beitar. A tal punto che il più illustre tifoso, il premier Benjamin Netanyahu, è dovuto intervenire sulla questione con un duro comunicato:

Si tratta di un comportamento vergognoso. Non possiamo tollerare un tale comportamento razzista. Il popolo ebraico, che ha sofferto di segregazioni ed emarginazioni, deve anzi fungere da modello per i Gentili (i non-ebrei, ndr)”.

Le forze dell’ordine hanno deciso di dare un giro di vite: come riporta il Times of Israel, nelle prossime settimane il gruppo ultra considerato più pericoloso (e dal nome che è tutto un programma: La Familia) verrà smantellato grazie a intercettazioni e operazioni mirate. Lo stato di Israele ha deciso di aiutare il Beitar nella sua lotta contro il razzismo. Era anche ora.