A modo suo, questo è un giorno storico per il Belgio e per il calcio mondiale. Per la prima volta da quando esiste il ranking FIFA, ovvero dall’agosto del 1993, in vetta alla classifica si è posizionata una nazionale che non ha mai vinto né un titolo mondiale né un titolo continentale. L’unico alloro conquistato dal Belgio è un’antica medaglia d’oro olimpica nei Giochi casalinghi di Anversa nel 1920, praticamente nella preistoria pallonara: da lì in avanti, il meglio che ha saputo produrre il piccolo paese nordeuropeo è stato un secondo posto agli Europei del 1980, mentre nella Coppa del Mondo il miglior risultato è stato il quarto posto del 1986. A sancire il sorpasso nei confronti del mai troppo amato vicino di casa, ovvero la Germania campione del mondo in carica, è stata la vittoria della nazionale di Wilmots contro Israele, nell’ultima tornata di qualificazioni europee.

Da questo incredibile risultato possiamo trarre ispirazione per due considerazioni. La prima, sbrigativa: i parametri del ranking FIFA forse andrebbero rivisti, o comunque presi con le pinze, visto che nell’attuale Top 10 sono presenti nazionali non proprio irresistibili come Portogallo, Cile, Inghilterra e Austria. La seconda: il modello di sviluppo adottato nel nuovo millennio dal Belgio è un esempio da seguire.

Nel 2001, dopo un quindicennio tragico a livello di risultati sportivi, la Federcalcio belga decise di svoltare. Sotto la guida di Michel Sablon, direttore tecnico, l’intera struttura giovanile è stato completamente rivoluzionata, con ingenti investimenti economici sia a livello di club (l’Anderlecht investe nell’Accademia in proporzione cinque volte di più di un club italiano) che a livello federale, e soprattutto con un nuovo approccio, più scientifico, in sinergia con il sistema scolastico nazionale. Tanto per capirci: in Belgio, uno studente avviato all’attività agonistica in un mese e mezzo totalizza lo stesso numero di ore di educazione fisica che uno studente italiano totalizza in un anno. E’ un sistema piramidale: alla base ci sono le selezioni regionali, i cui oltre 200 scout visionano i giovani più interessanti a livello locale; al vertice ci sono le Topsport Schools, otto istituti distribuiti in tutto il paese che consentono ai giovani più promettenti di lavorare sotto la guida di tecnici federali, che li seguono individualmente anche al di fuori del campo di gioco.

Inoltre c’è un unico metodo, un’unica filosofia di gioco (come accade al Barcellona): il cosiddetto G-A-G, acronimo di Global-Analitique-Global. “Global” come il calcio totale olandese, “Analitique” come lo stile fisico e organizzato dei francesi, e ancora “Global” come il prodotto finale belga, che vuole essere appunto la sintesi perfetta dei due paesi di riferimento. Dalle scuole alla nazionale maggiore si gioca con un unico modulo, il 4-3-3, con la difesa a zona e il pressing alto, per facilitare il passaggio da una categoria all’altro, minimizzando i tempi di inserimento. Ed ecco come, dopo un ventennio di sostanziale silenzio, dal Belgio sono iniziati a spuntare giovani fuoriclasse come Hazard, Courtois, De Bruyne, Lukaku, Mertens, Witsel, Nainggolan, Kompany, Januzaj e tanti altri.

Non sarebbe male se anche la nostra Federazione, tra un insulto ai neri e uno agli ebrei, buttasse un occhio a quanto sta accadendo in uno stato che ha meno di un quinto dei nostri abitanti e il triplo dei nostri campioni.