In una lunga intervista al CorriereCesare Prandelli giustifica di nuovo il suo frettoloso passaggio dalla panchina dell’Italia a quella del Galatasaray. Parole che non contraddicono la versione precedente: “Non sono scappato dall’Italia”, ma che aggiungono nuovi particolari sulla decisione di accettare l’offerta turca.

“Sono stato attaccato crudelmente. Va bene. Ma non devo sentirmi una vittima. Non ne ho il diritto. Nella vita di un professionista ci sono alti e bassi, ma sono gli alti e i bassi di un privilegiato”. L’ipotesi Juventus sarebbe stata appetibile per l’ex ct? “Per due volte sono arrivato vicino a quella panchina, ma sono orgoglioso della scelta che ho fatto di restare a Firenze. Credevo in quel progetto sportivo”.

La Juve, Antonio Conte“Una volta Antonio ha detto che ‘perdere è come morire’. Quindi sì, posso credere che oggi lui viva uno stress da vittorie. Lui commissario tecnico? Il ct di una selezione nazionale ha pochissimo tempo. Puoi ovviare, in parte, se hai un blocco di giocatori di una squadra. E l’Italia ha il blocco juventino. Ma sono questioni che affronterà Conte, se verrà scelto”.

Non ci tiene, Prandelli, a passare per il distruttore della Nazionale azzurra, prima costruita pazientemente e poi finita in mille pezzi in Brasile: “Non è stata un’umiliazione. Questa è vedere la nostra Italia che arranca in tutti i settori, purtroppo. Ai Mondiali è il progetto che non ha funzionato. E la responsabilità è mia”.

Discorso Balotelli“Mario è un ragazzo fondamentalmente buono, ma vive in una sua dimensione che è lontana dalla realtà. Ma non vuol dire nulla. A 24 anni ha la possibilità di fare tesoro di questa grande esperienza”. 

La cosa che lo ha ferito di più? “L’accusa di essere scappato. L’idea della fuga. Non è vero. L’ho dimostrato nella mia vita, personale e professionale. E’ successo a Parma, dopo il crac Parmalat. Sono scappati in tanti, io sono rimasto e con la mia squadrettina siamo arrivati quinti. E’ successo a Firense. Non sono scappato: sono rimasto al mio posto da solo, con i dirigenti inquisiti in Calciopoli e, nonostante questo, senza penalizzazioni saremmo arrivati secondi in campionato. Mi hanno accusato di non essere rimasto a elaborare il lutto. In Italia non c’è più amore: oggi in campo ci fanno persone ricche, sugli spalti i poveri. Una volta succedeva il contrario”.