Concentrare la vita di una persona come Pietro Mennea – campione olimpico, recordman tra i più celebri del mondo, avvocato, plurilaureato (in scienze politiche, giurisprudenza, sciente motorie e lettere), scrittore, eurodeputato, commercialista e filantropo – in un post di poche decine di righe è operazione complessa quanto ingiusta, nei confronti di chi legge e di chi soprattutto quella vita l’ha vissuta e conosciuta. Ma confidiamo che quello che è, insieme al sovietico Borzov, è stato il più grande sprinter europeo degli anni Settanta, ci perdonerebbe la velocità con cui ci apprestiamo a riassumerne i principali momenti.

Il barlettano Mennea inizia a farsi conoscere agli Europei di Helsinki del 1971, quando, appena diciannovenne, contribuisce alla medaglia di bronzo della staffetta azzurra nella 4x100m e ottiene un onorevole sesto posto nei 200m. Meno di due mesi più tardi arriva la prima grande affermazione internazionale, con l’oro di Smirne nei 200m ai Giochi del Mediterraneo: il modo migliore per presentarsi alle Olimpiadi di Monaco dell’estate successiva, dove centra la sua prima medaglia olimpica, il bronzo nei 200m strappato in volata agli americani Burton e Smith. Due anni più tardi è di nuovo la volta degli Europei, questa volta a Roma: Mennea sente l’aria di casa e vince il suo primo titolo europeo, nei 200m, precedendo i tedesco-orientali Ommer e Bombach, e rifacendosi dell’argento a cui lo aveva costretto il rivale Borzov nella finale dei 100m (un altro argento arriverà nella 4x100m).

Ormai Mennea è una stella di prima grandezza e nel 1975 fa en plein di medaglie d’oro nei 100m e 200m sia ai Giochi del Mediterraneo di Algeri che alle Universiadi di Roma. I Giochi di Montreal del 1976 attendono la sua consacrazione, ma il velocista azzurro finirà a secco, rimediando solo un quarto posto nel mezzo giro di pista (primo fra gli europei, comunque). La rivincita arriverà agli Europei di Praga del 1978: Pietro Mennea centra il doppio oro continentale sui 100 e i 200 metri, stabilendo nella sua specialità anche il record dei campionati con 20’’16. Il 1979 è l’anno degli ori in fila alle Universiadi e ai Giochi del Mediterraneo, ma soprattutto è l’anno dei record. A Città del Messico, Mennea realizzerà una delle imprese sportive più celebri della storia azzurra, vincendo l’oro nei 200m e abbassando a 19’’72 il record mondiale fatto segnare da Tommie Smith nel 1968, sempre nella capitale messicana. Il tempo di Mennea è stato battuto solo nel 1996 da Michael Johnson ed è stato uno dei primati più longevi nella storia dell’atletica, nonché tuttora record europeo di specialità. Nel corso della stessa edizione, Mennea conduce la staffetta 4x100m all’accoppiata oro-primato europeo.

Con questo straordinario biglietto da visita, l’estate successiva Pietro Mennea si presenta come uno degli uomini-copertina dei Giochi di Mosca, quelli del boicottaggio americano. Fuori in semifinale nei 100 metri, il velocista azzurro riaffermerà il suo posto nella leggenda con l’oro olimpico nei 200m, precedendo di due centesimi di secondi il britannico Wells e il favorito giamaicano Don Quarrie, campione olimpico in carica, grazie a una incredibile rimonta finale. Il punto esclamativo arriva con la 4x400m, non esattamente la specialità della casa, con la straordinaria quarta frazione del barlettano che garantirà alla staffetta azzurra uno splendido terzo posto dietro i colossi URSS e DDR. Dopo i deludenti Europei di Atene, nel 1982, Mennea riserverà i suoi ultimi squilli di tromba ai Mondiali di Helsinki, i primi della storia, la città dove si era fatto conoscere ormai 12 anni prima. Ormai 31enne, l’azzurro ottiene un grande bronzo nei 200m, alle spalle di Calvin Smith e Elliot Quaw, unico bianco e non americano ad andare in medaglia nelle gare di sprint; e sarà lui a chiudere la miglior staffetta 4x100m azzurra di sempre, quella che nella finale si piazzerà seconda, alle spalle degli Stati Uniti di Carl Lewis e del nuovo record del mondo. Poi, il crepuscolo losangelino (dove comunque è portabandiera azzurro e centra la quarta finale olimpica consecutiva sui 200m, primo a riuscirci) e la comparsata di Seul: la carriera sportiva giungeva al termine, quella giuridica, manageriale, politica e filantropica stava per iniziare. Eppure, per tutti Pietro Mennea è rimasto l’uomo capace di correre in 19’’72. Anche ora che il cronometro si è congelato.

Nel preciso istante della morte”,  pensa il personaggio morente di un grande film di Inarritu, “tutti perdiamo 21 grammi di peso. Nessuno escluso. Ma quanto c’è in 21 grammi? Quanto va perduto? Quanto valgono 21 grammi?”. Misurare l’invisibile, l’immateriale, forse l’inconcepibile: uno sforzo inutile, una contabilità impossibile. Ma oggi è come se tutti fossimo più lenti di circa venti secondi. Poco più che un lungo sospiro.