Si chiama Parkour ed è una delle nuove discipline metropolitane che sta spopolando in tutto il mondo. Nata in Francia dove venne inizialmente definita ”arte dello spostamento” (art du déplacement) e “percorso” (parcours), nei primi anni ‘90, consiste nell’eseguire un percorso, superando qualsiasi genere di ostacolo vi sia presente con la maggior efficienza di movimento possibile, adattando il proprio corpo all’ambiente circostante.

Il termine parkour, coniato da David Belle e Hubert Koundé nel 1998, deriva invece da parcours du combattant (percorso del combattente), ovvero il percorso di guerra utilizzato nell’addestramento militare proposto da Georges Hébert. Alla parola parcours, Koundé sostituì la “c” con la “k”, per suggerire aggressività, ed eliminò la “s” muta perché contrastava con l’idea di efficienza del parkour. I praticanti di questo sport, invece, sono detti tracciatori (traceurs), o tracciatrici (traceuses) al femminile.

In Italia il parkour è arrivato attorno al 2005, sviluppandosi molto soprattutto grazie al web dove siti di rilevanza locale fondati dai praticanti iniziano a creare i primi incontri tra tracciatori.

Il parkour negli anni è divenuto anche un modo per condividere determinati valori sociali come il rispetto per se stessi e la conoscenza dei propri limiti, necessaria per poter affrontare i piccoli grandi ostacoli che la vita pone davanti al cammino di ogni essere umano. Chi pratica afferma di analizzare tutta l’esistenza in modo diverso: qualsiasi appiglio o ostacolo viene osservato come un punto di appoggio da superare in maniera fluida ed efficiente, non arrendendosi mai davanti ad un problema ma, al contrario, sfruttandolo per proseguire in modo ancora migliore la marcia verso il proprio obiettivo finale.

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