Succede che un club di Premier League ormai sull’orlo del baratro, il Sunderland, decida di affidare le ultime chance di salvezza al tecnico italiano di turno, Paolo Di Canio (foto by InfoPhoto), ex stella del campionato inglese, in principio amatissimo per il suo genio latino e il suo fair play ben poco latino, e poi decaduto dopo che Oltremanica si accorsero che stavano incensando un simpatizzante fascista. E succede che il vicepresidente del club nonché ex Ministro degli Esteri di Sua Maestà, il laburista David Miliband, si dimetta in segno di protesta.

Ora, non c’è molto di cui meravigliarsi, se un uomo di origine ebraico-polacca, con un nonno che combatté i nazisti nell’Armata Rossa e un padre che fu uno dei più eminenti teorici del marxismo, non stappi una magnum di Bollinger per festeggiare l’assunzione di un tizio che va in giro coi tatuaggi del Duce ben visibili sul braccio teso. Lo possiamo capire, suvvia. Anche perché da quelle parti è ancora caldo l’argomento-razzismo legato ai match contro squadre italiane, vedi Lazio e Inter. Ma da qui a dimettersi ce ne passa. Per quanto anacronistiche, vuote e indesiderabili siano le sue visioni politiche, fino a prova contraria Paolo Di Canio non si è macchiato di alcun reato su suolo inglese (su quello italiano potremmo discutere di apologia di fascismo, ma è un altro discorso). Peraltro, stiamo parlando di un paese, la Gran Bretagna, che ha sempre difeso a spada tratta la libertà di pensiero e che, non più tardi di tre anni fa, ha depenalizzato tutti i reati di opinione.

Di cosa ha paura, Miliband? Che Di Canio bonifichi qualche palude? O semplicemente non può ammettere che il pregiatissimo nome della sua dinastia (questo sono i Miliband nel Regno Unito) sia apparentato, anche solo alla lontana, a quello di un fascistello italiano? Qualcosa ci dice che la verità sia lì, da qualche parte, tra un calcolo politico e una zaffata di sciovinismo, questo sì!, reazionario al cubo.