Marco Pantani non fu ucciso. È questo quanto asserisce la sentenza della Cassazione, intervenuta sul caso della morte del ciclista romagnolo avvenuta il 14 febbraio 2013 all’interno di una stanza del residence Le Rose di Rimini.

L’inchiesta era stata riaperta nel 2014 su pressioni della famiglia Pantani, che sostenevea che il decesso di Marco fosse avvenuto a causa di evento violento.

La Procura di Rimini aveva sostenuto che non ci fossero indizi che facessero pensare ad un omicidio, ipotesi confermata dal giudice ed ora ribadita dalla Cassazione dopo che l’avvocato Antonio De Rensis aveva impugnato il provvedimento.

“Le questioni sollevate” spiegarono due anni fa i giudici riminesi “più che a indicare indagini supplettive utili a scoprire elementi di un delitto non indagato, tendevano essenzialmente a far dubitare della correttezza e adeguatezza delle indagini del 2004 e a far ritenere falsi i suoi risultati, verosimilmente per cercare di cancellare l’immagine del campione depresso vittima della tossicodipendenza e dell’utilizzo di psicofarmaci, e accreditare l’immagine di una persona vittima incolpevole di violenze e complotti”.

La decisione della Suprema Corte, oltre che a chiudere la vicenda, condanna la famiglia Pantani al pagamento delle spese legali.