Struggente e toccante la lettera che Paolo Pantani, padre del grande campione di ciclismo Marco, ha scritto al figlio a dieci anni dalla sua scomparsa. Il “Pirata”, così veniva soprannominato dai colleghi e dai tifosi uno dei più grandi scalatori di sempre, morì il 14 Febbraio del 2004 per arresto cardiaco dovuto a un presunto eccesso di sostanze stupefacenti.

Pubblicata sul sito della fondazione dedicata a Pantani, Paolo prende in mano carta e penna e condivide con tutto il web il dolore che continua a provare anche a distanza di anni.  “Mai avrei pensato che qualcuno potesse mancarmi così tanto”, ha scritto ripercorrendo il percorso del figlio.

“Carissimo Marco,
penso ogni istante a quel dolore che ti ha devastato. E non posso accettare che ci sia qualcuno che dubiti di te. Carissimo immenso Marco, mi manchi da morire. Mai avrei pensato che qualcuno potesse mancarmi così tanto… Sono passati dieci anni e non riesco ancora a darmi pace. In tutto questo tempo non ho mai smesso di tormentarmi pensando ogni istante a quel dolore così devastante che ti ha fatto patire quell’inferno. Da quel giorno da Madonna di Campiglio la tua dolcissima anima ha cominciato quel lungo viaggio senza ritorno che purtroppo ti ha tolto tua dignità e ti ha portato lontano da noi.
Hai dedicato tutta la tua vita al ciclismo dando sempre tutto te stesso e ti sei ritrovato in un incubo senza fine. Ti sei sempre dovuto difendere, senza avere alcuna colpa, e hai sempre lottato sino alla fine. Non ti sei mai arreso, hai sempre gridato la tua innocenza, hai chiesto giustizia e verità. Ti hanno portato via tutto, colpendoti profondamente nel tuo cuore.
Hanno infangato ogni tuo sacrificio, buttandoti giù ogni volta che hai cercato di rialzarti. Per cinque anni ti hanno torturato: sette procure, giudici, giornali, televisioni, enti sportivi, compresa la federazione ciclistica. Non riesco a darmi pace, non potrò mai rassegnarmi e accettare che un uomo buono, giusto, onesto, sensibile e generoso come te abbia dovuto soffrire tutto quell’inferno, dolore e tormento. In questi dieci anni non ho mai smesso di pensarti e di vederti così solo e disperato. Il tuo dolore ti ha fatto precipitare in quell’abisso che si era impadronito del tuo dolcissimo cuore, ma io so che hai dovuto soffrire un così atroce dolore e che tutti i tuoi sogni, i tuoi progetti, le tue speranze, ti siano stati negati e perché la tua vita piena di gioia ti è stata portata via. Tutte quelle assurde menzogne e falsità, ancora oggi, purtroppo, continuano a farti del male. Non riesco ad accettare che ci sia qualcuno che dubiti di te, che tante persone ti abbiano potuto usare e poi tradire, voltandoti le spalle, ferendoti così profondamente, tradendo quell’amicizia che tu credevi sincera da parte loro. Tutto il fango, le accuse e l’infamia che ti hanno buttato addosso non potevi sopportarle. Tu sei nato e hai sempre vissuto per la bici. L’amavi così tanto da portarla anche a letto con te. Hai sopportato, con tanti sacrifici, tutti gli ostacoli che la vita ti ha purtroppo riservato troppe volte e che tu con la forza della tua infinita passione hai sempre superato, ripartendo più forte di prima. Te ne sei andato con il tuo dolore, invocando quell’innocenza che ti è sempre stata negata. Carissimo Marco, il mio unico desiderio è che ti sia restituita la dignità con l’aiuto di Dio e di quelle persone che si devono mettere una mano sul cuore per tirare fuori la verità. tanto sanno che tu le hai già perdonate, solo così la vita sarà migliore per tutti. Ti hanno torturato per cinque anni, hanno infangato ogni tuo sacrificio, buttandoti giù ogni volta che hai cercato di rialzarti. Per cinque anni ti hanno torturato. Eri un uomo buono, giusto, sensibile, onesto e generoso. L’abisso ti era impadronito del tuo dolcissimo cuore”. 

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