Non vi sarà sfuggita, al momento dell’incoronazione di Messi IV al soglio del Pallone d’Oro, la maschera di ghisa in cui si è tramutata la faccia di Cristiano Ronaldo. Oh, lui se lo sentiva, di non avercela fatta nemmeno questa volta: “non capisco la logica di voto”, ha detto nella conferenza-stampa precedente al Gran Gala. Ma quell’espressione resta. Un’espressione che ha tradito quello che passava in testa al portoghese in quel preciso momento, che se volessimo descrivere con aggettivi la definiremmo “scornata”, “delusa”, “invidiosa”, “furente” allo stesso tempo, e che se invece volessimo trascrivere in parole verrebbe fuori qualcosa come: “Io quel maledetto hobbit un giorno o l’altro lo strozzo”.

D’altra parte, la sua faccia delusa era già diventata uno dei meme più celebri del web, dopo l’eliminazione del suo Portogallo per mano della Spagna, nella semifinale di Euro 2012. “Que injusticia”, ha sibilato quella notte Cristiano Ronaldo, con gli occhi puntati dritti al cielo, come se l’unica spiegazione per l’ennesima beffa dei suoi anni spagnoli fosse da ricercare nel sadico senso dell’umorismo di qualche dio capriccioso. E, in un certo senso, è proprio così. Cristiano è un giocatore clamoroso che ha commesso un solo errore, essere nato nello stesso decennio dell’argentino. Che è tutto il contrario di lui: basso, bruttarello, mite, con un pessimo gusto in fatto di abiti. Però lo batte sempre. Anche quando perde: quest’anno la Liga è andata al Real Madrid di CR7, autore del gol decisivo nella gara del Camp Nou, ma alla fine l’elettorato ha voluto premiare ancora Messi.

Sembrano uniti dal destino, lui e il connazionale Mourinho: antipatici vincenti, che tutto il mondo spernacchia quando perdono. Il fatto è che negli ultimi anni perdono sempre, o quasi. E rosicano, mentre tutti gli altri ridono, non con loro ma di loro. Que injusticia? Senza dubbio. Però in effetti fa ridere.