L’avventura azzurra ai Mondiali di Brasile 2014 si è conclusa nel peggiore dei modi, escludendo naturalmente tutte le varianti sanguinarie e contagiose: tre punti in altrettante partite e ottavi di finale lasciati all’Uruguay (e fin qui) e al Costa Rica (decisamente meno accettabile). Performance scadenti, manifesta povertà tecnica, carestia totale di uomini decisivi, faide di spogliatoio e allenatore confuso e dimissionario: proprio un quadretto confortante. Cosa succederà alla nostra povera Italietta lo vedremo nelle prossime settimane, anche se, dalle prime indiscrezioni, si rafforza il partito dell’estinzione totale. Per il momento possiamo leccarci le piaghe con il pagellone del nostro Mondiale.

BUFFON 5: il suo quinto e ultimo Mondiale è tutto in quell’esitazione esco-o-non-esco che ci è costata l’inusitata sconfitta contro il Costa Rica; il prodigio su Suarez contro l’Uruguay è arrivato troppo tardi. Le sue ultime parole da capitano sono un elogio funebre per la vecchia guardia e una pernacchia funebre per quella nuova

SIRIGU 6: risponde presente quando viene chiamato in causa per sostituire Buffon contro l’Inghilterra

PERIN ng

ABATE 4.5: un giorno, gli storici del futuro guarderanno alla sua presenza in un Mondiale come quelli di oggi guarderebbero a un’anfora di mojito rinvenuta sulla Luna: “Ma che cazz…?

BARZAGLI 5: otto anni fa, nell’Italia campione del mondo in Germania, il suo ruolo era quello di riserva della riserva di Nesta. Oggi è il miglior difensore azzurro per distacco. Forse non c’è riassunto migliore per il declino di un movimento

BONUCCI 5: un altro perfetto paradigma del nostro calcio: siamo tornati al libero, cioè a trent’anni fa. E non perché il libero in questione si chiami Scirea, ma perché è talmente modesto da aver bisogno di due tutor accanto

CHIELLINI 4: naturalmente, ciò che rimarrà inciso nella memoria collettiva, oltre che nella sua spalla, è il morso ricevuto da quel sorcio mannaro di Suarez. Sperando che nottetempo non si sia trasformato pure lui nel Conte Orlok, ci tocca l’ingrato compito di ricordare a tutti che il Chiello ha disputato un Mondiale orribile, comico da terzino e calamitoso da centrale

DARMIAN 6.5: la classe operaia va in Paradiso. Non proprio in Paradiso, via, ma almeno si è risparmiato i tormenti eterni della Geenna

DE SCIGLIO 5: gli infortuni e gli sballottamenti da una fascia all’altra hanno tramutato questo bel prospetto in un giocatore senza picchi, prevedibile, normalizzato

PALETTA 4.5: l’oriundo minore chiude il Mondiale con la sfortunata etichetta di peggiore nella gara migliore degli azzurri (l’unica decente, a dire il vero). Dopo l’Inghilterra non vede più il campo, un po’ per la prestazione, un po’ per quel taglio di capelli che ne fa un ibrido tra Klaus Augenthaler e un pesce gatto. Ma evidentemente non era lui il problema

AQUILANI ng

CANDREVA 6: la sua barba alla Francisco Pizarro lo conduce a un esordio da urlo contro gli inglesi, contornato da uno splendido assist per Balotelli. Poi un primo tempo deludente contro la Costa Rica. Infine sparisce dai radar, vittima del triplo cambio di modulo

DE ROSSI 5.5: è sintomatico che sia lui, dall’alto dei suoi 15 gol, il miglior marcatore azzurro ai Mondiali. Mette in campo quello che ha, purtroppo non è un granché. Le bordate del dopo Uruguay rischiano di creare una frattura mai vista all’interno dello spogliatoio azzurro

MARCHISIO 5.5: l’equivoco tattico per eccellenza di Cesare Prandelli, che da un anno insiste nel far giocare questa discreta mezzala da punta di raccordo. Lui fa quel che può, povera bestia, e segna anche un bel gol contro gli inglesi, ma per il resto combina poco. Non ci sentiamo di crocifiggerlo per l’espulsione rimediata contro l’Uruguay, sia perché troppo severa, sia perché la croce è occupata da personaggi più meritevoli

THIAGO MOTTA 4.5: a quanto pare, per partecipare a un campionato del mondo è sufficiente dichiarare di sentirsi italiano, cantare l’inno e non aver mai sognato di vestire la maglia verdeoro. Abbiamo risolto il problema del 42% di disoccupazione giovanile. Seriamente: nel 2014 ancora Thiago Motta?

PAROLO 5: Prandelli lo chiama in causa una sola volta, come sostituto di Balotelli nel match più delicato del quadriennio: comprensibile che l’uomo nuovo del centrocampo azzurro, 30 anni il prossimo gennaio e zero presenze fuori dai confini italiani, abbia avuto qualche affanno

PIRLO 5.5: il miglior playmaker del decennio si congeda dai Mondiali e dalla maglia azzurra con un torneo deludente, stritolato dall’umidità brasiliana quanto dalla pochezza dei suoi compagni. D’altra parte, puoi essere il miglior direttore d’orchestra del mondo, ma se gli strumenti sono scordati, i violinisti hanno un solo arto e lo spartito te lo ha scritto il cane, allora sarà dura riuscire a proporre una musica accettabile. Peccato, meritava un commiato più dignitoso

VERRATTI 6: due prove discrete contro Inghilterra e Uruguay, in mezzo la bizzarra esclusione contro il Costa Rica. Non incide nei risultati ed è ancora discontinuo, ma una cosa è certa, il genietto del PSG è l’unica tremolante fiammella che emerge dalla tetra notte sudamericana

BALOTELLI 4: è riuscito a fare nel calcio ciò che Berlusconi ha fatto in politica: trasformare l’intero dibattito nazionale in un sondaggio permanente sulla sua persona. Ahilui, l’indice di gradimento post-Mondiale è tragicamente prossimo allo zero e anche i compagni apprezzerebbero poterlo percuotere con una saponetta nella calza a mo’ di mazzafrusto. Al golletto contro l’Inghilterra hanno fatto seguito due deprimenti scene mute, condite dal solito atteggiamento indisponente che ormai tollera solo suo fratello Enoch. Non è un centravanti anche se dovrebbe esserlo, non è una seconda punta anche se vorrebbe esserlo; soprattutto, non è un grande giocatore anche se potrebbe esserlo. Quando avrà deciso cosa fare da grande è pregato di farcelo sapere. Nel frattempo, come tutti i bamboccioni: lì c’è il sacchetto dell’umido, il giorno della plastica è giovedì

CASSANO 5: arriva in Brasile in condizioni atletiche che, cinque secoli fa, gli avrebbero garantito una mela in bocca e uno spiedo nel culo al tavolo del capotribù. La contemporanea presenza di Balotelli distoglie l’attenzione di pubblico e media dall’unico punto distintivo della sua intera carriera, ovvero la capacità di commettere idiozie quando meno te l’aspetti. Sì, okay, ha rotto un bicchiere perché Prandelli non lo faceva giocare: robetta, il vero Antonio lo avrebbe almeno minacciato con una scheggia

CERCI ng: volevo dargli un voto, ma non ci riesco. La verità è che quando l’ho visto giocare contro il Costa Rica ero distratto dal fatto che nella mia testa rimbombavano come tamburi di guerra le leggendarie parole di Pistocchi: “Cerci non ha nulla da invidiare ad Arjen Robben”

IMMOBILE 5: invocato dalla plebe come defensor populi in luogo dell’usurpatore Mario, il pallido Ciro si rivela per quello che é al momento: un discreto giocatore che, a 24 anni, non ha ancora mai messo il naso fuori dal cortile di casa.  E si è visto: dopo la comparsata nel match d’esordio, sciupa la grande occasione contro l’Uruguay, girovagando per l’attacco come un moscone disorientato da troppe luci e finestre. Speriamo di sbagliarci, e lo sperano anche a Dortmund

INSIGNE 5: gioca, si fa per dire, un tempo solo, il secondo contro la Costa Rica, e riesce a sbagliare non solo ogni giocata, ma anche ogni singola scelta. Il titolare è quello che è, per carità, ma se la concorrenza è questa…

PRANDELLI 4: diciamocelo, non ci ha capito nulla. A partire da alcune scelte cervellotiche in sede di reclutamento (oltre all’ovvio perché su Giuseppe Rossi: perché Abate e non Criscito? Perché portare tre attaccanti esterni quando vuoi giocare con un solo attaccante centrale? Perché tutti quei centrali di centrocampo? Perché Thiago Motta? Etc etc), passando da certe dichiarazioni iperottimiste sulla condizione fisica della squadra e su quella psicologica di Balotelli, finendo alla confusione tattica con cui ha affrontato il girone, tra cambi di modulo e di filosofia, decisioni rimangiate e mosse improvvisate. Fermo restando che il suo lavoro era stato positivo fino all’autunno scorso e che non è certo colpa sua se il movimento italiano gli ha consegnato la generazione più povera di talenti che si ricordi da decenni a questa parte, la principale responsabilità del naufragio della bagnarola azzurra non può che essere del suo nocchiero. Le dimissioni sono un atto dovuto e consentono all’ex CT di salvare l’onore, non il suo operato in questo Mondiale

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