Mentre il sampdoriano Eder festeggia la sua prima convocazione in azzurro con il gol-vittoria contro l’Inter, il tecnico nerazzurro si scaglia contro la presenza di oriundi in nazionale. Le due cose, ovviamente, sono collegate solo per scherzo, in realtà la posizione del Mancio è ben argomentata: “Io so solo che la nazionale italiana dev’essere italiana, o rischiamo di trovare in azzurro chi di italiano ha solo qualche lontano parente (per la verità questa è la norma, ndr). La Germania non c’entra, i loro oriundi sono nati e cresciuti là...”. Mancini spiega che il suo non è affatto un attacco al commissario tecnico: “Se le regole sono queste Conte fa bene ad applicarle, ma la mia opinione non cambia. Si fa tanto parlare di giovani e poi in nazionale ci vanno gli oriundi“.

Ci risiamo, dunque. A dodici anni dal caso Camoranesi, l’italoargentino che Trapattoni portò in azzurro quarant’anni dopo l’ultimo oriundo (Sormani) e che con Lippi si laureò campione del mondo nel 2006, il dibattito sugli italo-qualcosa in nazionale non cessa di appassionare; anche perché, tra Camoranesi e la coppia Eder-Vazquez, sono passati numerosi passaportati: Amauri, Thiago Motta, Osvaldo, perfino Paletta, Schelotto, Ledesma. Anche tralasciando il discorso tecnico (davvero il calcio italiano è messo così male da aver bisogno di Eder?), il punto è sempre lo stesso: come conciliare i nuovi diritti individuali derivati dalla globalizzazione con la tradizione propria del gioco?

Dal punto di vista normativo, va detto, la situazione è chiara: chi gode del doppio passaporto ha tutto il diritto di giocare per una o per l’altra nazionale, come stabiliscono gli articoli 15-18 del Regolamento d’applicazione dello Statuto FIFA. Ma i processi attraverso i quali si giunge alla naturalizzazione di un calciatore non sempre sono limpidi, anzi. Il pericolo è che anche nel calcio si arrivi alla situazione paradossale a cui purtroppo è già approdato il basket, dove alcune nazionali, soprattutto dell’Europa dell’Est, hanno letteralmente preso ad acquistare le prestazioni di americani fuori dal giro di Team USA. Con risultati del tipo: Europeo del 2008 deciso da un canestro di un “russo” di nome JR Holden; oppure la piccola Macedonia che arriva alle semifinali di Euro 2011 grazie ai numeri di Bo McCalebb, “macedone” nato e cresciuto a New Orleans. Non c’è bisogno di essere conservatori o autarchici per capire che in questo modo le competizioni per nazionali perdono di significato. Il mercato esiste già, ed è per i club. Le nazionali sono un’altra cosa.

Nel calcio non siamo ancora a questi livelli, anche se alcuni paesi, soprattutto in Medio Oriente, hanno già provato a costruirsi nazionali a suon di bigliettoni, ma il rischio è sempre dietro l’angolo. Forse la FIFA dovrebbe pensare a regolamentare in senso più restrittivo la materia, per esempio equiparando i processi di naturalizzazione delle federazioni affiliate, prima che la situazione sfugga totalmente di mano.