Quattro turni di squalifica a Mexes per il cazzotto proditorio a Giorgio Chiellini ci possono anche stare (benché, si sa, la prova televisiva funzioni un po’ come il codice etico di Prandelli: a targhe alterne). D’altra parte, non è colpa di nessuno, se non di via Turati, se Milanello da qualche anno è popolata da personaggi il cui equilibrio psichico ricorda quello di un reduce dal Vietnam. Ma la squalifica del campo per Milan-Udinese, più 50mila euro di multa, per “avere alcune centinaia di suoi tifosi (…) intonato un insultante coro espressivo di discriminazione territoriale nei confronti dei sostenitori di altra società”, ha fatto infuriare il Milan e con più di una ragione.

Tre i punti stonati. Il primo: la discrezionalità con cui vengono comminate sanzioni del genere – il coro in questione si sente ovunque e da anni, persino durante le partite della nazionale (in quel caso chi si squalifica?), e non si può sparare nel mucchio, peraltro puntando spesso e volentieri il fucile nelle stesse direzioni. Il secondo: la natura pseudo-razzista del coro sfugge perfino all’ipotetica parte lesa, visto che ieri gli ultras napoletani si sono auto insultati per tutto il match contro il Livorno, invitando esplicitamente il giudice sportivo a chiudergli la curva, a dimostrazione che uno sfottò, per quanto idiota e infantile, non può essere in nessun modo confuso con una manifestazione di razzismo. Il terzo: che diavolo c’entrano i migliaia di abbonati milanisti, nonché i volenterosi tifosi dell’Udinese disposti alla trasferta, che il prossimo 19 ottobre saranno costretti a guardarsi la partita a casa o al pub? La responsabilità oggettiva, per l’ennesima volta, mostra tutti i suoi limiti. La demagogia, invece, sembra non averne mai.